Il mito Spadolini e il Cagnone del giornalismo

Esce la biografia di Giancarlo Mazzuca, già direttore dei nostri giornali e parlamentare. "La politica? Berlusconi corteggiatore imbattibile"

Il mito Spadolini e il Cagnone del giornalismo

Il mito Spadolini e il Cagnone del giornalismo

"Con Riffeser avevo instaurato un buon rapporto da quando guidavo l’economia dei suoi giornali e, puntualmente, arrivò la proposta della direzione. Ricevetti un incarico molto importante perché per la prima volta, appunto, veniva nominato un direttore che concentrava su di sé “Carlino”, “Quotidiano Nazionale” (Qn) e la guida editoriale. Tre cariche insieme. Una prova di stima e responsabilità in un passaggio delicato del Paese a livello politico e non solo."

Ma cosa provò nel diventare numero uno de “il Resto del Carlino”, il quotidiano già diretto da Giovanni Spadolini in cui mosse i suoi primi passi alla redazione forlivese? "Una grande emozione. Ero tanto legato a quel giornale che mi aveva fatto crescere. E poi Spadolini era per me un mito. E quando scomparve, andai subito a Firenze a visitare la sua “Repubblica di Pian dei Giullari”. Era un personaggio un po’ vanitoso ma non si poteva non restare colpiti dalla sua vastissima cultura e umanità. Lo vidi anche poco prima della sua scomparsa e ne conservo una immagine molto bella. Mi chiese anche di salutare Montanelli da parte sua: fu l’ultima volta che i due toscanacci si salutarono."

Il ministro della Cultura, Gennaro Sangiuliano, in visita a Firenze (15 giugno 2023) ha affermato, non nascondendo la sua stima per Spadolini, che "è doveroso recuperarne la memoria". Il ministro è studioso e ammiratore di Giuseppe Prezzolini (su di lui ha scritto anche un libro, L’anarchico conservatore) che, a Giovanni Spadolini, restò legato da un rapporto di grande stima, affinità culturale e giornalistica. Giuseppe e Giovanni abitarono anche nella stessa casa: proprio il “Carlino”. Se Spadolini ne fu, per tanti anni, direttore, Prezzolini rimase fino all’ultimo la grande “firma”.

Un giorno Giancarlo, chiese a Montanelli perché non fece mai collaborare al “Giornale” proprio il suo grande maestro e la risposta di Cilindro non lasciò spazio al dubbio ("Uno straniero in patria"): "Per farlo collaborare, mi sono messo persino in ginocchio. Ma lui mi disse sempre di no, con questa motivazione: “Quando arrivai in Italia il solo quotidiano che mi offrì una collaborazione fu il “Carlino” e io resterò per sempre fedele al giornale di Bologna che mi ha dato da vivere”. L’unica concessione che mi fece fu quella, molti anni prima, di collaborare al “Borghese” di Longanesi che non era un quotidiano e proprio Leo mi chiese di andare a New York per convincerlo a scrivere per noi".

Tornando a Giancarlo, come direttore del “Quotidiano Nazionale” andava spesso a Firenze, sede della “Nazione”, e a Milano, sede del “Giorno” (del giornale lombardo, per alcuni mesi, fu anche contemporaneamente direttore responsabile). Del capoluogo toscano, in particolare, ha tanti bei ricordi: "Le belle giornate in compagnia dei colleghi, le buone trattorie di cucina toscana, il lungarno con i palazzi dei nobili... Seguire tutto non era facile ma la copertura di tutti i territori di diffusione dei tre quotidiani era capillare".

Se i rapporti con Andrea Riffeser Monti erano buoni, ancora di più lo erano quelli con la mamma dell’editore, Marisa, figlia di Attilio, la signora dell’editoria, donna elegante, amante della moda e dei colori (tanto da trasmetterne il significato e l’importanza anche nei giornali di famiglia): "Con madre e figlio c’era davvero un legame di fiducia e di stima". E, a conferma di questi legami, il Cagnone racconta: "C’è un episodio molto carino. Quando decisi, su invito di Silvio Berlusconi, di candidarmi in politica, dopo più di sei anni di direzione, e di lasciare, così, il vertice dei giornali, Andrea tentò in tutti i modi di farmi rinunciare e, un po’ dispiaciuto, continuava a dirmi: “Lasci perdere, le assicuro che, per almeno tre anni, resterà direttore! Non se ne vada, non se ne vada, rimanga con noi“. E, invece, forse sbagliando, accettai di scendere in campo. Senz’altro Montanelli avrebbe detto di no. Però è anche vero che il Cavaliere era un corteggiatore imbattibile, straordinario".

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