Il cavallo asiatico che emigrò in America

Gli “appaloosa“ e una nuova ipotesi sull’arrivo degli animali nel Nuovo Continente: non dall’Europa ma attraverso lo stretto di Bering

I libri di storia ci insegnano che non c’erano cavalli in America prima dell’arrivo dei colonizzatori europei. Anzi, se vogliamo essere precisi, ci raccontano che gli indigeni erano terrorizzati dai cavalli. Lo stesso Cortés esclamò: "Dopo Dio, dobbiamo la nostra vittoria ai cavalli". Ebbene, oggi possiamo affermare che non è vero. C’è un’altra valida ipotesi sull’arrivo dei cavalli nel Nuovo Mondo che potrebbe riscrivere una parte della storia americana: cavalli non più come strumento di conquista dei colonizzatori. Ed è qui che inizia questa nostra storia (vera). In verità, se dobbiamo essere onesti, la storia inizia qualche anno fa in un tranquillo pomeriggio in Nuova Zelanda. Un’anziana signora di nome Scott Engstrom, di cui per rispetto non riveleremo l’età, guarda la televisione dopo aver governato i propri cavalli di razza appaloosa, celebri per avere “degli strani colori” ed essere stati selezionati dai Nez Perce, la tribù di nativi americani che ha fatto di questa razza il suo più prezioso patrimonio culturale.

Ritornando al sonnolento e nuvoloso pomeriggio, la signora Engstrom decide di guardare una docu-serie (Il giro del mondo in 80 mestieri di Conor Woods). Improvvisamente accade l’impensabile: in un episodio ambientato in una fiera di uno sperduto villaggio del Kirghizistan appare un cavallo appaloosa. Ovviamente questa apparizione potrebbe essere un fatto insignificante per i più, ma bisogna qui ricordare che una delle teorie presenti nel substrato della storia d’America, è l’ipotesi che i cavalli, oltre che le persone, arrivarono in questo continente attraversando lo stretto di Bering che, più di ottomila anni fa, collegava l’Asia con l’America.

Un raggio di speranza attraversa la penombra del salotto della signora Engstrom, illuminando la sua vita, come mai si sarebbe aspettata: se il cavallo del Kirghizistan è un vero appaloosa, esiste un’altra storia rispetto a quella che ci hanno sempre raccontato. Una Storia fatta di migrazioni che non sono colonizzazioni.

Da questo momento inizia l’avventura di Scott Engstrom (diventata anche un documentario: The true Appaloosa) che vola in Kirghizistan alla ricerca degli appaloosa. Aldington disse che "l’avventura permette che accada l’inaspettato", e così fu: Scott scopre che in Kirghizistan ci sono dei popoli di nomadi degli altipiani che hanno difeso e salvato i propri cavalli “maculati” (detti Chaar), ribellandosi all’imposizione del regime sovietico che li voleva estinguere.

Ed è su questi lontani altipiani che il raggio di speranza che aveva attraversato il salotto della signora Engstrom diviene luce di nuova consapevolezza: sono veri appaloosa, e non tanto perché hanno gli zoccoli striati e il particolare colore del mantello, ma anche perché hanno il loro distintivo passo: l’Indian Shuffle.

Ebbene, è proprio questo passo che ci conduce verso un’altra storia d’America, un’altra storia dell’arrivo dei cavalli in questo continente e che, nonostante l’incredulità dei libri di storia, è una storia di incontri. Tornando alla ricerca di Scott, le servono ora delle prove inconfutabili. E queste arrivano: i risultati della comparazione dei Dna tra esemplari dei due gruppi di cavalli hanno rilevato che hanno tanto in comune da far ipotizzare, in modo fondato, che le due razze siano imparentate tra di loro.

Cosa unisce la tribù dei Nez Perce del Nord America alle tribù degli altipiani del Kirghizistan? L’amore per quelli che noi chiamiamo Appaloosa, che loro chiamano Chaar, ma che forse dovremmo semplicemente chiamare cavalli “dagli strani colori” e dal passo unico al mondo, il cui valore risiede nell’identità di popoli lontani ma non per questo diversi tra di loro.

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