I caffè di Puccini. La “Turandot“ a forza di tazzine

La passione del musicista per la bevanda. Componeva di notte e così riusciva a tenersi sveglio.

Maurizio Sessa

A notte fonda, avvolto in un tabarro di fumo – una cicca spengi una cicca accendi – Borsalino sulle ventitré, occhiali in punta di naso, moncone di lapis a portata di mano, si rigirava fra il pianoforte e lo scrittoio ingombro di carta pentagrammata e ninnoli d’argento. Sembrava che vergasse freghi e scarabocchi, che si divertisse a schiccherare. Eseguiva e trascriveva, invece, scale musicali e recondite armonie. Melodie struggenti, impregnate di impetuosa e contagiosa malinconia contro le quali la critica scagliava frecce avvelenate, ma che “accoravano”, colpivano dritto al cuore il pubblico pagante nei teatri di tutto il mondo. Nei suoi melodrammi, in apparenza sgorgati di getto, eppure partoriti con infinito travaglio, grande dolore in piccole anime. In quell’ibrido amplesso di musica, parole e teatro, gli spettatori si rimiravano allo specchio, ammaliati dal fascino di quel risonante riflesso. Un effimero sogno a occhi aperti di breve durata. Giù il sipario: ognuno a casa sua. Ricomincia la vita vera. Il mestiere di vivere riprende il sopravvento.

Giacomo Puccini, nato a Lucca il 22 dicembre 1858, visse d’arte, visse di caccia. E visse pure di fumo – sigarette, sigari toscani e pipa senza soluzione di continuità – con l’abbinamento “perfetto” di numerose tazzine di caffè. A Torre del Lago il cantore di Mimì, convengono i biografi, lavorava dalle dieci di sera alle due e oltre dell’indomani. Per arroventare la sua fantasia creatrice, sia che componesse in solitudine oppure in compagnia di amici pronti a fare i’ chiasso, chiedeva soccorso a beveraggi vari e, immancabilmente, a una buona scorta di caffè preparato dall’Elvira che per il suo carattere era sempre in costante “ebollizione”. Peraltro, Elvira di caffè doveva intendersene visto che Narciso Gemignani, il marito dal quale era scappata per seguire l’ardente giovane compositore Puccini, era un mercante di coloniali; e quindi trattava anche caffè. E al primo caffè fuori dell’orario consueto per Giacomo si accodavano e accordavano molte altre tazzine, di cui non è dato conoscere il numero esatto. Oltre al pianoforte, fumo e caffeina erano i ferri del mestiere di Giacomo Puccini. Tanto adda passà ’a nuttata. Non ci si meravigli, allora, che Puccini, in passato ragazzo dal bollente e sarcastico spirito, da compositore di successo planetario caldeggiasse un suo collaboratore di ricorrere alla bevanda ricavata dalla macinazione dei frutti della pianta Coffea, che con la sua azione stimolante ed eccitante sul sistema nervoso gli avrebbe impedito di sprofondare tra le braccia di Morfeo, lo avrebbe reso vigile e, chissà mai, aiutato a risolvere un enigma che al contrario sarebbe rimasto insoluto:

“Hai mai provato a ber

caffè di notte?

Vedrai, stai sveglio e pensi a Turandotte.

per Adamino 8.2.21.“

La “ricetta” che Puccini prescriveva al suo librettista al fine di invogliarne la fertile insonnia avrebbe fatto infuriare i medici, considerata la fascia oraria consigliata nel “bugiardino”, quella notturna, che gli odierni studi scientifici sul consumo di caffeina indicano come la meno indicata per un corretto stile di vita.

Sin dagli esordi della sua incredibile carriera, Puccini di tazzine di caffè con le varianti sul tema ne buttò giù, e parecchie, notturne e diurne. Se non altro per colmare gli attimi di sconforto che sempre lo scortarono, anche e soprattutto quando, eventualità che avveniva con frequenza sospetta, veniva bistrattato dai critici più per partito preso che per motivata argomentazione.

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