Gigi e Faber amici: un’isola di calcio e canzoni

Riva e De André uniti dalla Sardegna. S’incontrarono a Genova dopo una partita, uno spettacolo ripercorre quell’unico faccia a faccia

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In Via del Campo c’è anche Gigi Riva. Succede, quando Fabrizio De André è già morto. Lui, Rombo di Tuono, entra nel negozio-museo del signor Tassio che ricorda Faber. Lo gira e poi mette il suo autografo sotto una frase semplice, "Grazie Fabrizio" nel quaderno dei pensieri, all’ingresso del negozio stesso. Riva e De André si sono incontrati una volta sola, trent’anni prima che il cantautore morisse. Ma tanto è bastato. Più affinità che divergenze. Più silenzi che chiacchiere. Caratteri, all’apparenza, umbratili ma che si accendono per le passioni. Scelte di vita, sempre, citando le parole del cantautore, in direzione ostinata e contraria. Due continentali che hanno messo su casa in Sardegna.

Per Riva, Cagliari sembrava una punizione, glielo disse anche suo zio: "Se ti mandano laggiù, qualcosa di sbagliato devi averlo fatto". Per De André la casa in Gallura, in cui si arriva solo dopo una mezz’ora di strada sterrata, dove non passa anima viva, sembrava invece una liberazione. Il buen retiro, lontano dalla sua Genova e dalla discografica Milano, che si trasformò invece nell’inferno durato mesi, chiamato Hotel Supramonte: il rapimento e poi la (nuova) liberazione. Entrambi, per stato o per necessità, contro il potere costituito. Che per De André significa cantare la "Signora libertà, signorina anarchia", per Riva invece rispondere picche agli Agnelli che lo vorrebbero a Torino, alla Juve. Lui fedelissimo a quel Cagliari con cui ha scritto la pagina più bella del romanzo storico della serie A: lo scudetto del 1969-1970.

Ed è proprio all’inizio di quella stagione memorabile che avviene l’incontro e che viene ora raccontato anche attraverso uno spettacolo teatrale di Federico Buffa (Amici fragili) che debutta proprio dalla Sardegna.

È la fine dell’estate del 1969, il Sessantotto non è ancora alle spalle, l’autunno caldo sta per arrivare e non prometterà nulla di buono per un’Italia che nel giro di qualche anno dovrà fare i conti con gli anni di piombo e la strategia della tensione.

Il Cagliari gioca a Genova, non contro il Genoa, la squadra per cui tifa De André, ma contro la Sampdoria, la squadra dell’amico di Faber, Paolo Villaggio. Finisce la partita. E Beppe Ferrero, calciatore del Genoa ed ex compagno di squadra di Riva al Cagliari, si presenta da Gigi proprio con De André. Riva è un ammiratore (non fan) del cantautore, dirà qualche anno più tardi: "Lo ascoltavo, ancora prima che uscisse la Canzone di Marinella cantata da Mina".

Fatto sta che si va a casa di Faber. I silenzi imbarazzati si sciolgono prima col whisky, poi con le sigarette. Entrambi non si risparmiano. De André gli parla di Georges Brassens, uno dei motivi (forse) per cui ha fatto il cantautore. Riva ascolta. Si accende, quando il discorso scivola su Preghiera in gennaio, la canzone che Faber scrisse per il suicidio di Luigi Tenco: due anni prima (1967) Tenco si era tolto la vita nella stanza di un hotel a Sanremo, durante il festival.

Riva si accende, perché quella è la sua canzone. "L’ho sempre considerata un vero inno all’amicizia". Dirà ancora qualche anno dopo, ricordando quell’incontro con De André, unico, non solo perché è stato il solo. Tirano tardi fino all’alba. E l’incontro si chiude con un doppio regalo: il cantautore dona una sua chitarra al campione (che non suonerà mai) e Gigi gli allunga la maglia numero 11 con cui aveva giocato qualche ora prima, stessi colori (rossoblù) del Genoa di Faber. Quell’anno il Cagliari vincerà lo scudetto. L’allenatore-filosofo Manlio Scopigno e un manipolo di ragazzi fecero un’impresa mai vista prima.

Riva si sistemava sempre nei primi posti del pullman, era il leader di quel Cagliari, ma lui lo faceva per un altro motivo. "Così potevo avere accesso al mangianastri (l’autoradio non c’era ancora) e mettere su le canzoni di Fabrizio. Facevo ascoltare ai miei compagni Bocca di Rosa o La canzone di Marinella. Qualcuno dei miei compagni, dal fondo dell’autobus, protestava. Ma io andavo avanti". In direzione ostinata e contraria, appunto.

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