Martedì 11 Giugno 2024
STEFANO MARCHETTI
Magazine

Fra segni e sogni, il genio di Armando Testa

A Venezia una mostra dedicata al disegnatore e pubblicitario. Semplicità del tratto e personaggi iconici che hanno fatto storia

Fra segni e sogni, il genio di Armando Testa

Fra segni e sogni, il genio di Armando Testa

Amava la sintesi: "Nel meno c’è il più", ripeteva spesso Armando Testa, citando Mies van der Rohe, architetto e designer. Il ‘meno’ da cui partire era quello di segni semplici ed elementari, un cerchio, un cono, una diagonale, ma ci voleva anche il ‘più’, il colpo di genio, per farli diventare altro, visioni, personaggi o addirittura icone. I suoi ‘più’ sono stati la fantasia, lo humour e soprattutto la modernità: è grazie a queste ‘matite’ speciali che i lavori di Armando Testa (1917 - 1992), e soprattutto le sue creazioni pubblicitarie, sono entrati nell’immaginario collettivo e continuano a sorprenderci. E lui, che si definiva "astratto per istinto", è divenuto uno dei più grandi comunicatori del ‘900.

"Con trent’anni di anticipo Armando aveva capito come le immagini avrebbero acquisito un ruolo sempre più fondamentale nelle relazioni fra le persone e nella definizione della nostra realtà", sottolinea la moglie Gemma De Angelis Testa, apprezzata collezionista, che insieme a Tim Marlow, direttore del Design Museum di Londra, e a Elisabetta Barisoni, responsabile della Galleria d’arte moderna di Venezia, ha curato la mostra che fino al 15 settembre a Ca’ Pesaro ricostruisce il percorso di quel "visualizzatore globale" (parola di Gillo Dorfles) che è considerato uno dei padri della pubblicità, "anche se io – rideva Testa – preferirei esserne il cognato, o il genero. O meglio preferirei essere un pirla, ma di 18 anni".

Armando Testa nacque tipografo alla scuola Vigliardi Paravia della sua Torino, con gli insegnamenti di Ezio D’Errico, direttore di Graphicus. E si innamorò così dell’essenzialità del segno: il suo primo progetto per un manifesto, realizzato a vent’anni per un’industria di colori, accostava due triangoli in colori primari e un quadrilatero bianco.

Alla guerra in Africa andò con uno zaino pieno di riviste e di album da disegno, e al rientro in Italia, dal 1946, fiorì il suo estro creativo: le prime affiches per Riccadonna e l’Asti Gancia, poi negli anni ‘50 la divertente serie di Re Carpano, i manifesti per Facis e Borsalino, e il logo del Punt e Mes, una sfera rossa con una mezza sfera, un’idea nata osservando una bambolina giapponese "che lo ispirò a introdurre la tridimensionalità nel disegno", aggiunge la moglie.

Nel 1956 lo studio grafico divenne agenzia pubblicitaria. E nel ‘57, quando in tv arrivò Carosello, dal disegno sbocciarono gli spot. Il Caballero misterioso e la bella Carmencita del caffè Paulista erano puri coni, senza braccia e senza mani, eppure "nella pampa sconfinata" riuscivano pure a sparare, e l’alieno Papalla della Philco era una sfera con gli occhi. Poi Pippo, l’ippopotamo della Lines, ideato nel 1966: ogni ‘boomer’ di oggi lo ha amato alla follia. Testa ha continuato a elaborare il suo stile efficacemente ‘sintetico’ nella cartellonistica: "Un manifesto è sempre un’idea", spiegava. Ha creato l’elefante Pirelli con uno pneumatico al posto della testa, l’omino del Digestivo Antonetto, straordinario abbraccio di vuoti e di pieni, e anche varie campagne civili, per Amnesty, per la Croce Rossa o contro l’abolizione della legge sul divorzio. Era così ‘avanti’ che il suo manifesto per le Olimpiadi di Roma 1960 (un tedoforo con il Colosseo come corpo) vinse la selezione ma fu considerato troppo moderno: Testa propose poi un Capitello che venne scelto come immagine dei Giochi. La sua ricerca eclettica incrociava i generi, accostava figure apparentemente distanti, giocava con il cibo e gli animali, ribaltava i piani con irresistibile irriverenza: ne sono esempi la “Lampadina limone“, la “Michetta energetica“, un panino farcito di cavi elettrici e transistor, o la “Poltrona prosciutto“ che nel 1981 è stata pubblicata anche su Life.

La mostra veneziana ci offre una panoramica anche sull’Armando Testa artista e pittore: sulla tela poteva permettersi di essere totalmente ambiguo, senza la necessità di pensare al prodotto. Finché nella sala conclusiva si approda al “Segno“ dei segni, la Croce, che Testa ha affrontato nel 1990: la parte superiore, inclinata verso sinistra, ricorda il capo reclinato del Cristo morto, "ancora una volta un gesto destabilizzante ed evocativo", osserva Marlow. Geniale, anche nel tratto d’addio.