Pierfrancesco Favino nei panni di Bettino Craxi
Pierfrancesco Favino nei panni di Bettino Craxi

Roma, 20 marzo 2019 - C’è una scena de Il Divo che è paradigmatica: Toni Servillo-Giulio Andreotti e sua moglie Anna Bonaiuto-Livia Danese, seduti sul divano, guardano la televisione mentre Renato Zero canta I migliori anni della nostra vita . Si abbracciano e si commuovono. Anche se, apparentemente, le lacrime non scendono. I migliori anni – quelli del potere per il Divo Giulio – se ne stanno andando inevitabilmente e lui l’ha capito in anticipo. Niente sarà più come prima.

L’aderenza di Toni Servillo al personaggio reale è disarmante, pur non avendo Servillo il physique du rôle dell’Andreotti in carne e ossa. È quella che Gian Maria Volonté definiva impersonificazione. Che è cosa ben diversa dall’interpretazione. È la capacità che molti attori del cinema italiano hanno nel rappresentare il potere, non solo nella forma pubblica – ove è più semplice, proprio perché è la più visibile – ma anche nel privato. E soprattutto nella solitudine – che sembrerebbe un ossimoro – dell’uomo di potere.

Gianni Amelio ci prova ora con Bettino Craxi nel film Hammamet . E le prime foto di Pier Francesco Favino, uscite ieri dal set, hanno fatto saltare dalla sedia per la verosimiglianza perfino il figlio dell’ex segretario del Partito Socialista. Favino non è solo maschera di Craxi – in attesa ovviamente di vederlo al cinema in un ruolo assai delicato e difficile – ma in quel momento è Craxi stesso. Tornando a un’altra scena de Il Divo , c’è il Servillo-Andreotti che gioca con la sua fede nuziale e fa tintinnare l’anello, se lo rigira attorno all’anulare. In uno speciale codice di messaggi che solo le persone che gli stavano più vicino potevano conoscere. Con le spalle (volutamente) incassa la testa. Senza apparire né buffo né tanto meno goffo. Non è la caricatura del personaggio.

Il personaggio storico, discusso, amato, venerato e denigrato è entrato in lui. Con tutte le sfaccettature che sono molteplici. Anche quelle più inconfessabili. Volonté in qualche maniera fu l’apripista, nel cinema italiano, della rappresentazione del potere. Già nel 1976 con Todo modo . Nel film interpreta Il presidente M.

Un rischio che Elio Petri si prende perché quel personaggio, seppure in modo implicito, è costruito su Aldo Moro che in quella stagione che poi diverrà tragica, è il presidente della Democrazia Cristiana. Chi stava vicino a Volonté racconta che lui passasse le sue giornate a modulare la voce sui toni del Moro vero, che studiasse il suo eloquio, ricco di subordinate, e che adattasse le sue posture al personaggio: spalle curve e collo spinto in avanti.

Il personaggio gli era entrato dentro. Così dentro che ci sono alcuni passaggi del film che, per quanto la pellicola sia surreale, sono perfino più reali della storia e della realtà. Soprattutto il confronto che Il presidente M ha con il prete, don Gaetano, interpretato da Marcello Mastroianni, cui dice: "Devi assolvermi non per ciò che sono ma per ciò che rappresentiamo". Una dozzina di anni dopo lo stesso Volonté sarà di nuovo Moro, stavolta in maniera esplicita, ne Il caso Moro di Giuseppe Ferrara che racconterà la fine dello statista dc. E se davvero la Prima Repubblica iniziò a scricchiolare dopo la morte di Moro, Servillo è riuscito nell’impresa di interpretare il protagonista della Prima e quello della Seconda Repubblica.

Senza indugiare anche, in questo caso, sulla solitudine percepita dal Servillo-Berlusconi. All’inizio di Loro Sorrentino mette una frase paradigmatica, quasi quanto la scena de Il Divo con I migliori anni della nostra vita in sottofondo. È una frase dello scrittore Giorgio Manganelli: "Tutto è documentato, tutto è arbitrario". Non è detto che questi film sulla rappresentazione del potere siano la verità ‘sputata’. Ma sono così realisticamente veri da raccontare la realtà.