Prima alla Scala bella da ascoltare, ma senza regia. La mano di Chailly esalta le voci

Don Carlo: un’atmosfera morbida e austera sostenuta dalla grande prova dei cantanti. Troppo statiche le scene di Pasqual

Milano, 8 dicembre 2023 – Da sentire, quasi tutto molto bello. Da vedere, niente senza quasi. Molta ammirazione per la concertazione realizzata da Riccardo Chailly. Un suono denso ma sempre di vellutata morbidezza, ogni minuscolo particolare di scrittura reso discernibile nel mentre si concatena uno all’altro in una ragnatela di sfumature e alternanze calibratissime dei pesi sonori, lungo un oscillogramma dinamico che chiaroscura la fondamentale tinta scura in virtù della pulsione incessante di piani e pianissimi, coi quali si modella un’atmosfera di sfinito, austero decadentismo: qualcosa che, nel suo essere un unicum nel gran teatro verdiano, viene in tal modo sovranamente evidenziato.

Il Don Carlo con la regia di Lluís Pasqual e i costumi di Franca Squarciapino
Il Don Carlo con la regia di Lluís Pasqual e i costumi di Franca Squarciapino

L’agogica è l’altro pilastro su cui s’articola tale concertazione: tempi lenti, talora lentissimi però mai slentati o autoreferenziali, bensì gli unici idonei alla compiuta definizione di questa “tinta” (copyright Verdi) così fascinosa.

Tempi impensabili, non ci fosse questo cast. Così come li imposta Chailly, Francesco Meli e Anna Netrebko reggono i due grandi duetti con linee in cui morbidezza, omogeneità, chiaroscuro di fraseggi spinti fino all’estremo limite del pianissimo, esaltano ancor più la privilegiata bellezza timbrica.

Lei, poi, s’afferma eccelsa vocalista nella pagina più ardua di Elisabetta, il “Non pianger, mia compagna” (legato e pulsione dinamica ineguagliabili): ma artista ancor più eccelsa nella grande aria finale, dove – allacciandosi a una stupenda introduzione orchestrale – una linea vocale di spettacolosa carnosità effonde una sorta di macerato disfacimento, di lancinante, struggentissima estenuazione.

Luca Salsi è Rodrigo; è prodigio di tecnica, l’emissione che fa fluire piani e pianissimi tanto timbrati da saturare di suono la sala: ma prodigio d’artista è l’intensità espressiva degli accenti di cui li costella nella scena del carcere, che muove alle lacrime ponendosi quale ineludibile riferimento da qui all’eternità.

Il coro di Alberto Malazzi canta e “dice” come nessun altro la parola verdiana: e qui terminano le bellurie assolute. Michele Pertusi, affetto da evidente raucedine, ha fatto quello che solo pochi sanno fare: ha cantato sulla tecnica, che in lui è suprema; ma se le note erano un po’ opache, il lavoro straordinario sulla parola ne evidenziava ovunque il senso, drammaturgico, plasmando un Filippo cupo, amareggiato, solitario. Grande, grande artista.

Elina Garanča canta senz’altro molto bene e sfodera diversi acuti notevoli, però il registro centrale – dove si gioca tre quarti della parte – è di carta velina: e un’Eboli senza centri è un’Ebolina. Jongmin Park, che canta discretamente il Frate, è stato scaraventato all’ultimo giorno a sostenere anche la parte dell’Inquisitore: e se ci sono solo quasi tutte le note, quel momento fondamentale che è la scena con Filippo va a ramengo.

Mazzata mortale, però, l’infligge lo spettacolo firmato Lluís Pasqual. Che non c’è. Punto. Tutti statue di sale a cominciare dal coro; i personaggi lasciati interi minuti a gesticolare in un proscenio del tutto vuoto; relazioni reciproche inesistenti; ingenuità che nemmeno a Scurcola Marsicana (“Signori, sostegni del mio trono”, invoca Filippo: e non compare manco un signorino di provincia? e quando apre il cancello per sbirciare chi c’è dietro mentre un Frate l’incorona??); scena fissa di singolare anonimità, illuminata da cani.

Sotto il profilo scenico, la Scala rischia insomma di tornare a essere quell’avanguardia della retroguardia che fu negli anni bui d’una sciagurata gestione precedente.

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