Battisti e Mina, il ritiro (dalle scene) è rivoluzionario

I due big della canzone italiana scelsero di sparire precocemente, un gesto che sembra inconcepibile nell’era attuale del narcisismo

Battisti e Mina, il ritiro (dalle scene) è rivoluzionario

Battisti e Mina, il ritiro (dalle scene) è rivoluzionario

Lucio Battisti circa cinquant’anni fa, si ritira dalle scene. Diventerà solo opere e voce. Lo stesso farà poco dopo e tuttora la sua amica Mina. A pochi giorni dalla fine del festival della canzone/esibizione, dell’ansia dello show, del Grande Rito Rai, dei soldi dipendenti dagli attimi in tv, forse non è male chiedersi perché lo fecero. Non c’è una risposta chiara, fu solo un gesto, furono una serie di gesti, di dinieghi, un ritiro implacabile. Non sappiamo. Quel gesto di 50 anni fa fu interpretato in molti modi, compreso il più banale – ovvero come se fosse una trovata di marketing simile all’anonimato esibito di certi streetartists attuali. Oggi, a pochi giorni dallo spegnersi delle luci del festival, e dopo le polemiche e i commenti di rito immediati per un grande show in cui Rai e industria giocano tutte se stesse, ecco quel gesto torna a interrogarci.

Per David Bowie, scusate se poco, Battisti iniseme a Lou Reed era il più bravo a fare canzoni. Mina l’hanno voluta tutti. Cosa videro i due più grandi artisti della canzone italiana per ritrarsi? Quale spettro o demone videro risalire nella famelica società dello spettacolo che – alcuni allora capirono – poteva diventare dopo gli slogan rock della fantasia al potere invece un braccio armato del Potere? Cosa videro che li spinse a nascondersi come persone evitando di diventare maschere di quel teatro?

Forse diventare “personaggi” non era più sopportabile per loro. Lo fecero per motivi sfuggenti a tutti e forse persino a loro stessi? Preferirono rimanere persone separando in modo netto, radicale, nella percezione del pubblico, biografia e arte? Cosa videro i due grandi della canzone di insopportabile?

Forse per loro cantare era un atto così radicalmente esistenziale e spirituale da non poter sopportare la sbavatura della persona in personaggio? Si celarono prima di diventare poco o tanto caricature di se stessi come capita a non pochi? Perché si può forse accettare di essere un personaggio nella letteratura, nella storia, nella piazza del paese... Ma diventare un “personaggio” in un teatro dello spettacolo dominato dalla fame di ricchezza e fama è forse per alcune anime un triste destino, o comunque qualcosa di insopportabile. Forse per le anime indifese, le più scoperte. Bastava guardarli Lucio e Mina quando cantavano: erano interamente lì, tra le penombre mentali e armoniche delle sue canzoni lui, nella smisurata bellezza della sua voce, lei.

Forse temettero di smarrirsi? Erano deboli, o forse erano i più forti. O avevano altro per la testa? Comunque, quel gesto resta come avviso. Come un taglio al modo di un Fontana sul telo, sullo schermo su cui si proiettano le ombre fuggevoli dello show. Del resto, fu compiuto negli anni in cui altre voci (da Pasolini – che segnalava come gli italiani per strada non cantavano più lavorando – a Ungaretti, da Giussani a Del Noce) mettevano in guardia l’Italia da una “mutazione antropologica” e da una “omologazione” che attraverso i media e specialmente lo “spettacolo” stava avanzando tra le strade e le anime.

Non vollero partecipare allo scempio? Si sono protetti, non essendo avidi o narcisi? O forse sapendo che potevano esserlo lo evitarono, come una tentazione, con una scelta radicale? Le ombre di Battisti e Mina, soavi per la loro arte e terribili per la loro forza-in-assenza rispetto a mediocri “presentissimi”, proteggano dunque lo spettatore italiano, specie i più giovani, nelle selve luccicose e fameliche degli Show.

Non si tratta né di rimpiangerli né di imitarli. Forse queste persone della canzone che sono diventati ombre e non personaggi sono un segno che indica il valore di una canzone autentica, non di plastica e di algoritmi. E se non potranno proteggere lo spettatore o ascoltatore dai loro diversi ritiri attuali almeno indicano una interessante alternativa, un segno. Una autentica, come si dice oggi, diversità.

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