Battiato oltre la sua “notte oscura“. La musica come ricerca spirituale

Il sacerdote suo “amico dell’anima“ ricorda il musicista: "Il vuoto che ha lasciato è un dono da scoprire"

Franco Battiato è morto a Milo (Catania) il 18 maggio 2021

Franco Battiato è morto a Milo (Catania) il 18 maggio 2021

Roma, 11 dicembre 2023 – Sono un religioso, cerco di vivere quello che insegna la grande tradizione monastica. L’invisibile per me è più reale del visibile. Ma siamo anche umani, amanti un Dio “incarnato”, che si fa toccare, mangiare e bere, non posso quindi negare che Franco Battiato ci manchi, e che abbia lasciato un vuoto. Per noi occidentali il vuoto è qualcosa di negativo, siamo vittime dell’horror vacui, ma per lui il vuoto era anche qualcosa di affascinante, di attraente, un’esperienza da vivere. Allora credo che il vuoto che ci ha lasciato sia un dono da scoprire. Cosa dobbiamo fare di questo vuoto?

La vita spirituale è eterno cambiamento, fluidità, plasmabilità. Abbiamo bisogno di trovare quel fondo malleabile, primitivo, originale che avevamo quando eravamo giovani e aperti a tutte le possibilità; bisogna ritrovare quello stato originale, quasi edenico. Credo si riferisse a questo il Maestro quando diceva: “In verità io vi dico: se non vi convertirete e non diventerete come i bambini, non entrerete nel regno dei cieli” (Matteo 18, 3). Sicuramente non si intende l’ipotetica “innocenza” dei bambini, sulla quale Franco sorridendo diceva: "E dove lo hai visto un bambino innocente?" Occorre svuotarci per essere sempre nuovi, non dobbiamo “riempire” il vuoto lasciato da Franco, ma imparare piuttosto a svuotarci a nostra volta. Cioè diventare artisti come lui. Non intendo della sua stessa levatura, ma “come” lui creativi, nuovi, aperti all’ispirazione.

Una volta che si è sepolti, svuotati, annullati, si può nascere o rinascere. I miti di tutti i popoli ci insegnano che il seme scomparso nella terra sarà grano, il seme dell’uomo immerso nel grembo della donna sarà vita, l’eremita sparito nella grotta sarà santo... Il mistico, svuotando se stesso, ottiene preziosi benefici, si percepisce nella propria nullità che annulla anche ogni presunzione e si rende così una coppa che può essere riempita della vita divina!

Franco si è sempre impegnato per ottenere il distacco dalle cose, dal successo, dal possesso. Quando cantava “Dovrei cambiare l’oggetto dei miei desideri / Non accontentarmi di piccole gioie quotidiane / Fare come un eremita / Che rinuncia a sé” diceva qualcosa che viveva, in una sorta di ascesi quotidiana, svuotandosi dai legami per cercare altro, o meglio l’Altro e potergli dire... “E ti vengo a cercare.”

Nel Segreto del fiore d’oro, testo mistico taoista, si insegna che bisogna "fissare il cuore celeste proprio nel Centro e ci si dimentica, calmi e puri, pieni della potenza e del vuoto. La coscienza si dissolve nella contemplazione e se si resta ben saldi, nella calma, a un tratto inizia il processo di liberazione del Cielo". Il padre gesuita, che mi ha insegnato a fare meditazione, diceva che "per superare la paura del nostro rapporto con le forze terribili della natura, soprattutto la paura del grande incontro dopo la morte, l’uomo ha praticamente solo la soluzione mistica. Nell’esperienza mistica, l’iniziato sente di dover perdersi in Dio. La massima esperienza, quella dell’estasi, è la totale unione dell’uomo con la divinità. L’uomo nella preghiera mistica viene nutrito da Dio e nello stesso tempo si lascia prendere dalla divinità, si lascia mangiare da Dio".

Per me Franco è stato un vero “amico dell’anima”. Abbiamo tutti bisogno di amicizie vere, in cui ci sia stimolo reciproco alla ricerca spirituale. Mi piaceva molto la sua libertà, e il fatto che volesse sfuggire a qualsiasi definizione, e il suo amore per il Mistero, bello proprio perché indescrivibile e inafferrabile. Preghiera e meditazione sono stati centrali nella sua vita, varie volte abbiamo meditato assieme, e in quel “vuoto” traeva ispirazione. Era un vuoto vivo, che resta vuoto anche se lo riempi di un canto, di un’invocazione costante (nota come preghiera del cuore nel cristianesimo, come recita del Nome divino del sufismo, come mantra in Oriente). La poetessa Emily Dickinson ci suggerisce come si possa colmare un vuoto come quello lasciato da Franco: “Per colmare un vuoto devi inserire ciò che l’ha causato. Se lo riempi con altro, ancora di più spalancherà le fauci. Non si chiude un abisso con l’aria“. Questo vuoto da scoprire in noi, aiutati dal “vuoto” lasciato da Franco, va colmato di musica, di canto, di bellezza: di realtà che sono intangibili e pertanto non ci privano del vuoto creativo, semmai lo trasformano nella vuota coppautero che tutto genera! (...)

Prima che la malattia si aggravasse sono stato vicino a Franco anche nell’esperienza che lui stesso ha definito la sua “notte oscura”. Questo fa parte delle cose che custodirò per sempre nel mio cuore, che non possono essere argo mento di chiacchiere. E sono certo, i suoi occhi e i suoi sorrisi me lo hanno confermato tante volte, che quella tenebra si è dissipata nelle sue canzoni.

Presso i popoli primitivi quasi sempre un canto accompagna l’avvento della luce sulle tenebre primordiali. Evoca luce il muggito del toro celeste di Ahura Mazda nell’antico mito iranico, i Veda ci parlano del grido di una vacca luminosa nel cielo, in sanscrito “luce” si dice svar, “suono”: e il termine svara connota simultaneamente un respiro, una vocale, il suono di una nota musicale. La sua musica è stata luce, ha vinto la tenebra, ha riempito il vuoto lasciandolo tale.

Allora cantiamo con lui, mossi da infinita compassione: “Mi è ritornata voglia... di pregare / Seguendo la tenacia... dei padri... del deserto / Per quelli che hanno perso... da tempo... la loro via / Per chi non riesce a sopportare... i dolori dell’esistenza”. Ce n’è sempre più bisogno.

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