Lunedì 17 Giugno 2024
ALDO BAQUIS
Esteri

Scacco dell’ultradestra a Netanyahu: "Senza un attacco a Rafah faremo cadere il governo". E lui: c’è una data

I falchi Ben Gvir e Smotrich: solo così sarà sconfitta Hamas. Il premier: "Siamo pronti a invadere". Nuovo stop dagli Usa: "Noi contrari". E propongono sei settimane di stop in cambio di 40 ostaggi

Tel Aviv, 8 aprile 2024 – Un accordo fra Israele e Hamas per una tregua a Gaza che includa l’ingresso di maggiori aiuti umanitari e la liberazione di decine di ostaggi israeliani (sui 133 ancora a Gaza) appare più vicino, dopo una nuova tornata di colloqui al Cairo alla presenza del capo della Cia Bill Burns. "Continuiamo ad agire per conseguire i nostri obiettivi, in primo luogo la liberazione di tutti i nostri ostaggi ed il raggiungimento di una vittoria assoluta su Hamas" ha ribadito il premier Benyamin Netanyahu, dopo essere stato aggiornato su quei negoziati.

Civili palestinesi tra le rovine di Khan Yunis
Civili palestinesi tra le rovine di Khan Yunis

Domenica scorsa – anche per sostenere quelle trattative – la Divisione 98 dell’esercito israeliano ha lasciato Khan Yunis (principale città nel Sud della Striscia) concludendo così di fatto la fase delle grandi manovre terrestri a Gaza. Zahal, acronimo delle forze armate, ha ridotto al minimo la propria presenza sul terreno ed è entrato in una nuova fase del conflitto con Hamas. Punterà sostanzialmente su un riassestamento lungo linee difensive all’interno della Striscia, con la capacità di compiere ancora blitz in profondità in caso di necessità. La mossa è stata concepita inoltre per consentire il graduale ritorno degli sfollati palestinesi: inizialmente da Rafah a Khan Yunis, poi anche verso il settore nord della Striscia. Khan Yunis, però, è ridotta a un cumulo di macerie e i profughi parlano già di un ritorno impossibile: "Ci vorranno almeno 10 anni per ricostruire la città".

In apparenza Israele rinuncia per il momento a lanciare una vasta operazione a Rafah, a cui gli Stati Uniti si sono opposti anche ieri. Ma Netanyahu – pressato dall’estrema destra del suo governo – ha ribadito: "La vittoria su Hamas richiede l’ingresso a Rafah e la eliminazione dei battaglioni terroristici. Questo avverrà, la data c’è già". ha risposto così a un duro attacco del ministro della sicurezza nazionale Itamar Ben Gvir, il cui partito di estrema destra ‘Potere ebraico’ è in netta ascesa. Ieri Ben Gvir ha avvertito senza peli sulla lingua: "Se Netanyahu pensa di concludere la guerra senza una vasta offensiva a Rafah, non avrà più un mandato per continuare a fungere da primo ministro". Un altro ministro di nazionalista, Bezalel Smotrich (Finanze), ha chiesto e ottenuto la convocazione immediata del Gabinetto di sicurezza. Esprimendo i sentimenti di profondo malumore fra i sostenitori del governo, una emittente di estrema destra ha lamentato che "il governo mostra debolezza di fronte ai nostri generali". Ma alla luce delle energiche pressioni degli Stati Uniti i responsabili della difesa comprendono che lo spazio di manovra è ormai molto ridotto. Il capo di stato maggiore Herzi Halevi ha affermato che proprio grazie allo sforzo militare "è adesso possibile pagare il prezzo necessario per riportare a ca sa i nostri figli e le nostre figlie".

E sulla stessa linea di pensiero il ministro della difesa Yoav Gallant, ha fatto riferimento ai colloqui del Cairo: "Dovremo prendere decisioni difficili. Siamo pronti a pagare un prezzo elevato pur di recuperare gli ostaggi". Le informazioni ufficiose giunte dal Cairo parlano di una tregua temporanea di sei settimane proposta dagli Usa, in cambio del rilascio di 40 ostaggi. Israele consentirebbe il rientro graduale nel nord della Striscia di migliaia di sfollati palestinesi. Ma Hamas – che dice di non aver ricevuto informazioni ufficiali – respinge la proposta sentendosi ormai in una posizione di forza (in seguito alla uscita della Divisione 98 da Khan Yunis) e insiste per ottenere un impegno preciso relativo alla fine della guerra.