Netanyahu contro Gallant. Resa dei conti nel governo

Il ministro della Difesa spinge per ascoltare gli Usa. E i due non si parlano più

A oltre tre mesi dall’inizio della guerra più impegnativa della loro storia, gli israeliani sono costretti a prendere nota che essa viene condotta da una leadership bicefala: da un lato il premier Benjamin Netanyahu, particolarmente sensibile anche alle esigenze della politica interna, e dall’altro il ministro della difesa Yoav Gallant (pure del Likud), il leader centrista Benny Gantz e il capo di Stato maggiore, gen. Herzi Halevi, più inclini invece ad assecondare i consigli che giungono dalla amministrazione Biden. La stampa locale, in questi giorni, cita scaramucce avvenute fra i due principali protagonisti. I toni sono anche coloriti. Si parla di un divieto di Netanyahu a Gallant di incontrare da solo, senza la propria presenza, i capi del Mossad e dello Shin Bet, il servizio di sicurezza interno. Si parla anche di una conferenza stampa indetta da Netanyahu a cui Gallant si sarebbe rifiutato di presenziare. E del silenzio mantenuto da Netanyahu quando ministri di estrema destra si sono scagliati contro il gen. Halevy, che è stato difeso invece ad alta voce da Gallant e Gantz.

Storie abbastanza normali secondo gli standard della litigiosa politica interna israeliana, eppure allarmanti vista la drammaticità della situazione a Gaza e nella Galilea bombardata dagli Hezbollah, e alla luce dei funerali di militari caduti in guerra che si svolgono quotidianamente. Lunedì lo stesso Gallant ha rilevato con tono grave in televisione che questi screzi vanno messi da parte una volta per tutte se Israele intende vincere la guerra. "Sia i nostri nemici sia gli amici seguono la guerra a Gaza e ci guardano. Il futuro di Israele è nelle nostre mani, e dipende dall’esito della guerra. Dobbiamo mantenere la massima coesione nazionale".

Poi Gallant, un generale della riserva, è entrato con coraggio nel ‘terreno minato’ della politica di Netanyahu affermando che "saranno i palestinesi a governare Gaza in futuro". Gallant, Gantz e Halevi da tempo insistono con Netanyahu perché venga discusso il futuro assetto nella striscia di Gaza, una volta sconfitto Hamas. Lo stesso Halevi ha rilevato che "occorre definire la strategia del ‘giorno dopo’. Altrimenti potremmo essere costretti a ripetere le nostre operazioni". E Gallant ha ribadito che "ogni campagna militare deve essere ancorata in una soluzione politica". La sua include la partecipazione attiva dell’Egitto, di una forza multinazionale (guidata dagli Usa) e la cooperazione con forze civili palestinesi "non ostili ad Israele" che si dedichino al benessere della popolazione di Gaza. Ma su questo argomento Netanyahu tiene alzato il freno a mano. Il suo timore è di perdere il sostegno di due partiti di estrema destra senza i quali la sua coalizione si sfalderebbe. I loro leader – Bezalel Smotrich ed Itamar Ben Gvir – accusano l’esercito di aver fallito totalmente quando ancora quest’anno sostenevano che Hamas era bloccato dal deterrente militare di Israele. Adesso insistono per una presenza prolungata delle forze armate israeliane a Gaza e sostengono iniziative – finora private – di attivisti che sognano di ricostruire gli insediamenti ebraici nella Striscia smantellati nel 2005 dall’allora premier, del Likud, Ariel Sharon.