La Guardia Costiera della Libia (Reuters)
La Guardia Costiera della Libia (Reuters)

Roma, 12 maggio 2017 - «QUANTO successo è solo l’inizio. Alle due motovedette già consegnateci dagli italiani se ne aggiungeranno la prossima settimana altre due: contiamo di averle tutte operative prima del Ramadan, cioè prima del 26 maggio. E allora, con le quattro fornite dall’Italia e quella nostra già operativa, potremo davvero bloccare molte partenze e fare soccorso in tutta l’area Sar di competenza libica: se serve opereremo, come fanno gli italiani, oltre le nostre acque territoriali». Il colonnello Messaoud Ibrahim Abdesamad è il responsabile della sala operativa della Guardia Costiera libica, e mercoledì era in servizio durante l’intervento della motovedetta 206 e il duro confronto con l’imbarcazione della Ong tedesca Sea Watch.

Chi ha segnalato l’imbarcazione dei migranti e dove si trovava?

«Sono stati i migranti che con un telefono satellitare Thuraya hanno chiamato la sala operativa della Guardia costiera a Roma. Questa ha allertato un aereo di Frontex che ha dato le coordinate del barcone. Era a 10 miglia dalla costa. Dato che l’imbarcazione era nelle nostre acque territoriali, alle 7.40 la sala operativa della Guardia costiera italiana ci ha allertato e noi abbiamo fatto partire da Tripoli la nostra motovedetta, che li ha intercettati tra le 14 e le 18 miglia, nelle nostre acque territoriali».

E sull’obiettivo c’era anche la nave di Sea Watch.

«Esatto, l’avranno visti sul radar. Il comandante Abajeram, un ufficiale che ha fatto anche il corso organizzato dalla missione Sophia, ha intimato alla barca di Sea Watch di lasciare l’area perchè era di nostra competenza e ha specificato che rischiavano di intralciarci. Loro però non hanno desistito, anzi via radio ci hanno chiesto di lasciare a loro i migranti».

Dicono che gli siete passati vicinissimi e rischiavate di speronarli e affondarli.

«Il contrario. Hanno messo in mare il gommone e hanno cercato di fare da schermo tra noi e il barcone, poi ci sono venuti contro e si sono ritirati solo quando hanno visto che non cambiavamo rotta. Siamo saliti sul barcone di legno e abbiamo trasbordato gran parte dei migrati sulla nostra unità e li abbiamo riportati in Libia».

Quanti erano?

«Erano 493: 277 marocchini, 145 bengalesi, 23 tunisini e poi siriani, maliani, sudanesi, nigeriani. C’erano anche 20 donne e un bambino». 

Anche nel 2016 avevate avuto un confronto duro con Sea Watch.

«Sì, certo. Lo scorso 21 ottobre. In quel caso il gommone con 150 migranti affondò e ci furono alcuni morti».

Come giudica il lavoro delle Ong?

«Salvano migranti. Il problema è dove. Alcune Ong si piazzano sulla linea delle 20 miglia, a volte anche meno, e aspettano. Dalle colline lungo la costa libica si possono vedere le luci delle loro navi. Così vicini alla costa mandano un messaggio sbagliato».

Avete sospetti di compromissione tra Ong e scafisti?

«No, non c’è evidenza di compromissione con gli scafisti. Semplicemente le Ong sono determinate a portare in Italia quanti più migranti possibile, gli scafisti lo sanno e se ne approfittano».

Come?

«Controllano su siti come Marinetraffic quale è la posizione delle navi delle Ong e poi la usano per convincere i migranti. Dicono loro che dovranno fare solo qualche ora di viaggio, e che poco importa se il gommone o il barcone è strapieno o in pessime condizioni: non dovrà mica arrivare fino in Italia. E quella gente ci crede. Molti dei migranti diretti verso le loro barche vengono salvati, diciamo il 90%. Ma a causa delle condizioni disperate in migliaia muoiono».

Voi cosa fate contro gli scafisti?

«È una guerra. Lo scorso 4 aprile una nostra motovedetta ha incrociato un loro gommone veloce che scortava una barca di migranti e gli ha intimato di fermarsi. Loro avevano kalashnikov e Rpg e ci hanno sparato addosso. È iniziato uno scontro a fuoco.  Quattro scafisti sono stati uccisi, uno è disperso in mare e due sono stati arrestati. Anche un giornalista tedesco che era a bordo della nostra unità è stato leggermente ferito. Per il futuro credo che con la presenza di più unità della Guardia costiera la vita per i trafficanti e per i contrabbandieri di carburante si farà più dura. E speriamo che la smettano».