Mar Rosso, l’ambasciatore Massolo: "L’escalation non ci sarà Usa e Iran sono contrari"

Il presidente dell’Ispi e l’attacco ai miliziani sciiti: “Inevitabile per la sicurezza dei mercantili. È in atto un allargamento del conflitto. Diplomazie in pressing per abbreviare la guerra"

Roma, 13 gennaio 2024 – Dobbiamo distinguere tra l’allargamento del conflitto e l’escalation. L’allargamento del conflitto di Gaza è di fatto in atto, basti vedere gli scontri nel sud del Libano, la tensione in Cisgiordania e nel Mar Rosso, gli attacchi ai contingenti americani in Iraq e Siria. Ma non c’è ancora l’escalation, che renderebbe l’allargamento esplosivo. E l’escalation allo stato attuale nessuno realmente la vuole. Non la vogliono le potenze occidentali, non la vuole Israele, non la vuole l’Iran. Il che non significa che l’escalation non possa prodursi. Ma è un fatto che i protagonisti di questa partita non la vogliono. E già questo è un dato non scontato, da tenere a mente". Così l’ambasciatore Giampiero Massolo, presidente dell’Ispi, già direttore del Dis, il Dipartimento delle informazioni per la sicurezza, e segretario generale del ministero degli Affari Esteri.

l’ambasciatore Giampiero Massolo
l’ambasciatore Giampiero Massolo

Ambasciatore, il bombardamento attuato dagli angloamericani va letto come un robusto avvertimento o come un potenziale inizio di una escalation?

"L’operazione, un’azione mirata e non un bombardamento massivo, serviva per limitare le capacita militari degli Houthi, che stavano attuando un barrage molto rilevante contro le navi mercantili. E soprattutto serviva per ristabilire la deterrenza, dato che la semplice attività della forza militare a guida americana che pure in zona ha salvato molto navi, non bastava ad ottenere la fine dei lanci missilistici Houthi".

Un avvertimento vigoroso quindi. Ma l’attacco era inevitabile?

"Assolutamente inevitabile. Dallo stretto di Bab el Mandeb passa circa il 12% del commercio mondiale e l’idea del blocco di una arteria giugulare di questo tipo rischiava, attraverso l’aumento dei costi dei noli e del flusso interrotto dei semilavorati e del petrolio, di inficiare la libertà di navigazione e ingenerare forti pressioni inflazionistiche dovute ai crescenti costi".

Quale è l’obiettivo degli li Houthi con gli attacchi contro le navi mercantili?

"L’obiettivo dichiarato non è quello vero. Affermano di farlo per la causa palestinese in realtà vogliono far valere il loro ruolo nella coalizione sciita antioccidentale che ruota attorno all’Iran e nella quale vorrebbero assumere un ruolo di maggior peso. Temono di essere sacrificati nella prospettiva di un cessate il fuoco nella guerra contro l’Arabia Saudita, che è stata favorita dall’intesa tra sauditi e iraniani, a sua volta propiziata dalla Cina. Hanno avuto il timore di perdere rilevanza e il loro potere di ricatto e così hanno usato la causa palestinese per attaccare l’Occidente, ricompattandosi in Yemen e dando più importanza al loro ruolo in Medio Oriente".

È ipotizzabile che abbiamo deciso senza un’autorizzazione dell’Iran?

"Direi di si. È ipotizzabile che abbiamo deciso di loro sponte. Arabia Saudita e Iran hanno interesse che cessino le ostilità in Yemen, loro invece prosperano sull’instabilità e sul conflitto e vogliono massimizzare la loro leva".

Il nuovo focolaio di crisi rischia di complicare lo sforzo diplomatico per Gaza?

"Le diplomazie stanno lavorando molto intensamente per abbreviare la guerra e costruire il dopo. Non credo che noi possiamo pensare che dopo questa fase vedremo una situazione di pace in Medio Oriente ma si sta cercando di trovare uno schema che consenta di far evolvere la situazione, uno schema che passa attraverso quattro aspetti: la necessità di garantire Israele, la messa in sicurezza di Gaza, il coinvolgimento dei Paesi arabi moderati e un ruolo dei palestinesi nel dopoguerra, conservando la prospettiva dei due Stati. Nel breve periodo nel Mar Rosso ci saranno anche degli altri episodi, ma è stato fatto capire agli Houthi che la moderazione nei loro confronti ha dei limiti: l’auspicio è che questo basti. E personalmente non prevedo che la vicenda Houthi diventi un ostacolo al processo negoziale per Gaza".