Liliana Segre, le scuse dopo 80 anni: respinta dalla Svizzera, finì ad Auschwitz. Ora Mendrisio le rende onore

La senatrice a vita aveva 13 anni. In Italia fu arrestata con il papà, che morì nel lager. Sabato prossimo il figlio Luciano riceverà a suo nome la "distinzione straordinaria"

Liliana Segre bambina con il padre Alberto
Liliana Segre bambina con il padre Alberto

Milano, 28 novembre 2023 – Arzo, appena di là dal confine tra il Varesotto e la Svizzera, 8 dicembre 1943. Nella scuola dell’ex villaggio oggi diventato un quartiere del comune di Mendrisio, adibita a comando di militari mandati dal Canton Friburgo a rinforzare i controlli al confine, una tredicenne abbraccia le gambe di un ufficiale, "implorandolo di non mandarci via". Niente da fare: lei, suo padre Alberto di 43 anni e due anziani cugini, Rino e Giulio Ravenna, saranno scortati "con la baionetta alle spalle" di nuovo in Italia, dove la Guardia di finanza li arresterà, indicando i tedeschi sul crinale per sostenere di non poter fare altrimenti. Perché sono ebrei. Il cugino Rino si suiciderà nel carcere di San Vittore all’annuncio della deportazione, e la tredicenne Liliana Segre, che dal binario 21 della stazione centrale di Milano salirà col papà su un treno per Auschwitz, sarà l’unica a tornare, sopravvissuta al campo di sterminio e alla marcia della morte.

“La condanna a morte di mio padre e dei cugini venne pronunciata da quell’ufficiale svizzero che ci disprezzò e rifiutò di accoglierci. I nazisti si limiteranno a metterla in pratica", scriverà molti anni dopo l’oggi senatrice a vita, che il 2 dicembre, a ottant’anni esatti dal suo respingimento, riceverà dal Comune di Mendrisio la "distinzione comunale straordinaria quale atto simbolico commemorativo e di profondo obbligo morale nei suoi confronti". Un modo per chiedere scusa? "Sì, in un’altra forma", spiega Luciano Belli Paci, il figlio della senatrice che andrà a ricevere il riconoscimento per conto di lei.

Due anni fa ha percorso il sentiero che scende dalla cava di Saltrio verso la Svizzera sul quale sua madre bambina aveva seguito i contrabbandieri, immaginando l’abbraccio dei quattro dopo aver oltrepassato la rete metallica, "anche se il confine vero era più avanti di qualche decina di metri". Belli Paci era con gli autori di un documentario uscito l’anno scorso, l’inizio di un processo di riflessione da parte della Confederazione Elvetica: "Arzo 1943", prodotto dalla Radiotelevisione svizzera, diretto da Ruben Rossello, con la collaborazione dello storico Adriano Bazzocco. Che ha recuperato i verbali dei valichi di frontiera e ricostruito il contesto in cui è avvenuto il respingimento di Segre, su un confine poco sorvegliato anche all’epoca, ma indurito con l’invio di rinforzi militari dopo l’armistizio dell’8 settembre, "quando la Svizzera era stata travolta da un’ondata di persone in fuga, non solo ebrei ma anche antifascisti e interi reparti sbandati dell’esercito italiano – spiega Belli Paci –. La Confederazione ha accolto la grande maggioranza di chi chiedeva asilo, credo più dell’80%, ma ci sono stati due momenti con picchi di respingimenti oltre il 40%: dopo l’8 settembre e tra novembre e dicembre, dopo che la Repubblica sociale italiana decretò che gli ebrei appartenevano “a nazionalità nemica“ ponendo il titolo giuridico per consegnarli ai nazisti. Ci fu una nuova ondata di fuggitivi e la reazione della Svizzera fu di stringere le maglie". In quelle maglie rimasero le speranze di Liliana Segre e dei suoi cari.

"Nella ricostruzione storica i ricordi di mia madre trovano un riscontro: l’ufficiale che non parlava italiano, l’attesa di ore nella scuola, che non era prassi ma quel giorno ad Arzo era in visita un alto papavero". Quell’ufficiale che Segre non ha mai dimenticato nemmeno avrebbe potuto dire di aver “eseguito gli ordini”: "La procedura prevedeva che i militari li portassero alle guardie doganali. E né lei, che non aveva ancora 14 anni, né i cugini ultrasessantacinquenni per la normativa svizzera avrebbero potuto essere respinti".

A Mendrisio "porterò il grazie di mia madre. Nessuno può negare che la Svizzera, quando era un’isola circondata da totalitarismi, sia stata terra d’asilo per migliaia di persone. Ma alcune migliaia le ha invece respinte e mandate verso un destino fatale, e il dovere di ciascuno Stato e di ciascun popolo è trasmettere alle nuove generazioni una storia veritiera, che non è mai bianca o nera. Noi per primi, come italiani, abbiamo avuto e abbiamo questo problema".

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