Venerdì 14 Giugno 2024
MARTA OTTAVIANI
Esteri

La Cina accerchia Taiwan, braccio di ferro con gli Usa

Esercitazione di tre giorni al largo dell’isola. L’ira di Taipei: a rischio la stabilità regionale. Il presidente della Commissione esteri americana: "Pronti a mandare truppe in caso di invasione".

La presidente taiwanese Tsai Ing-wen in visita negli Usa

La presidente taiwanese Tsai Ing-wen in visita negli Usa

La Cina vuole affermarsi come grande potenza diplomatica globale, ma intanto continua a tenere il punto su Taiwan. La settimana appena trascorsa ha visto Pechino impegnata in importanti colloqui con il presidente francese, Emmanuel Macron e la presidente della Commissione europea, Ursula Von der Leyen, nonché, a distanza di poche ore i capi delle diplomazie di Iran e Arabia Saudita.

Un crocevia diplomatico a cui, ieri, è seguita l’ennesima prova muscolare contro Taiwan. Ulteriore segno che la pace globale si deve fare con le regole dettate dal Dragone. L’Eastern Theatre Command dell’esercito cinese ha così annunciato un’esercitazione che si svolgerà attorno all’isola e durerà fino al 10 aprile. Ieri nove navi da guerra e 71 aerei da combattimento hanno superato la linea mediana dello Stretto, che, convenzionalmente marca il confine con la Cina. "Il Partito comunista cinese ha deliberatamente creato tensioni nello Stretto di Taiwan che hanno un impatto negativo sulla sicurezza e la stabilità regionale", ha riferito il ministero della Difesa di Taipei.

La mossa è la risposta dell’incontro, avvenuto negli Stati Uniti, fra la presidente di Taiwan, Tsai Ing-wen e il presidente della Camera dei rappresentanti, Kevin McCarthy. "Si tratta del seguito rispetto a quello che è avvenuto lo scorso agosto, quando c’è stata la visita di Nancy Pelosi a Taipei – spiega al QN Filippo Fasulo, ricercatore dell’IspI e condirettore dell’Osservatorio Geoeconomia –. In realtà Kevin McCarthy sarebbe dovuto andare a Taiwan, ma si pensava che incontrare Tsai sul territorio americano sarebbe stata letta come una mossa meno provocatoria. I cinesi, invece, hanno aspettato che partisse Macron per fare una dimostrazione analoga rispetto a quella di agosto, seppure, per il momento, mi appare condotta in tono leggermente inferiore".

A surriscaldare il clima nello Stretto di Taiwan è intervenuta l’ultima visita di una delegazione di una decina di parlamentari del Congresso Usa. Michael McCaul, presidente della commissione Esteri della Camera, ha espresso il pieno sostegno all’isola incontrando ieri Tsai ("Stiamo facendo tutto il possibile per accelerare la vendita di armi e fornire assistenza e addestramento militare"), affermando poi in un’intervista a Fox News che gli Stati Uniti "sono pronti a mandare truppe a Taiwan in caso di invasione della Cina".

Il ‘nodo Taiwan’ rimane un tema destinato a rimanere aperto sul medio-lungo termine. La piccola nazione insulare dista appena 180 chilometri dalla Cina. Al momento è riconosciuta solo da 12 Paesi aderenti all’Organizzazione delle Nazioni Unite e quindi rappresenta uno Stato a riconoscimento limitato. Pechino, di contro, la considera a tutti gli effetti parte del suo territorio nazionale, pur avendone perso il controllo nel 1895. Nota per il suo regime democratico, la sua vivace vita culturale e per essere una delle capitali mondiali dell’alta tecnologia, Taiwan non ne vuole sapere di finire sotto il giogo cinese e ha inaugurato una politica sempre più filo occidentale, con tutti i rischi di escalation del caso, soprattutto per quanto riguarda i rapporti fra Pechino e Washington. "È difficile dire dove porterà questa escalation – spiega ancora Fasulo –. Il vero problema adesso è che manca un punto di equilibrio nelle relazioni fra Cina e Stati Uniti ed è quello che va cercato ora. Sembrava che qualcosa si fosse raggiunto durante l’ultimo G20, ma poi la questione del pallone spia ha fatto saltare tutto".