Il simbolo di Israele, l’esercito parla al popolo. Non solo combattimenti: cronaca, storie e scuse

Lo Stato ebraico, da sempre sotto assedio, si identifica con le sue truppe. Il portavoce militare è presente sui media più del premier Netanyahu.

Tel Aviv, 31 dicembre 2023 – Simbolo identitario di uno Stato sotto assedio da sempre, l’esercito israeliano non si limita a combattere. Come e più delle forze armate degli altri Paesi, racconta, documenta, talvolta si scusa quando sbaglia. Insomma, comunica. Fa propaganda, certo, ma in modo moderno e sofisticato. Le forze armate israeliane sono nate nel 1948, subito dopo la proclamazione dello Stato di Israele.

Daniel Hagari, portavoce delle Forze di Difesa israeliane (Idf)
Daniel Hagari, portavoce delle Forze di Difesa israeliane (Idf)

Il 14 maggio David Ben Gurion dichiarò la nascita della nuova nazione che fu immediatamente attaccata dalle armate di Siria, Giordania, Egitto ed Iraq. Le Idf (acronimo inglese di Forze Israeliane di difesa) furono costituite "per difendere l’esistenza, l’integrità territoriale e la sovranità del nuovo Stato" e "per combattere ogni forma di terrorismo che minacci la vita quotidiana"”. Si fusero nell’esercito diverse organizzazioni paramilitari come l’Haganah e la sua sezione operativa Palmach, l’Irgun e Lehi, meglio conosciuta come Banda Stern.

Il nucleo centrale delle Idf sono ora i 186.500mila coscritti della leva obbligatoria, 36 mesi per gli uomini e 24 per le donne che abbiano compiuto 18 anni. Circa 1.000 sono anche cittadini italiani. Con una mobilitazione che si completa nel giro di poche ore si possono aggiungere 445.000 riservisti, i miluim (300mila sono ora al fronte di Gaza). Una legge approvata dal Parlamento israeliano, la Knesset, nel 2008 ha stabilito che i cittadini titolari di ruoli specializzati, come medici o tecnici, possono essere richiamati fino a 49 anni di età, gli ufficiali fino a 45 e i soldati fino a 40. Sono esentate le donne che hanno figli o che sono in gravidanza. Dopo la carneficina del 7 ottobre si è presentato al fronte anche l’ex premier israeliano Naftali Bennet.

La comunicazione è un pilastro delle Idf. Il contrammiraglio Daniel Hagari, il portavoce militare, tiene ogni sera un punto stampa grazie al quale è presente nei mass media più del premier Benjamin Netanyahu. Le forze armate di Gerusalemme diffondono foto di qualità elevata e video sofisticati. Un filmato sulle esercitazioni operative dell’esercito ha avuto 25.,400 visualizzazioni, quello sugli “intensi combattimenti a Gaza” 55.550, il video realizzato con bodycam sulla strage del 7 ottobre un milione e duecentomila.

Grazie a immagini trasmesse dai militari israeliani che mostravano prigionieri nudi dalla cintola in su si è appreso che l’attacco a Gaza era passato dalla fase dei bombardamenti con caccia e droni a quella dell’esplorazione della distruzione dei tunnel. Una foto delle Idf ha mostrato quanto l’imboccatura di una galleria fosse vicina all’ospedale al Shifa, il più grande di Gaza City. Herzi Halevi, il capo di stato maggiore, ha dichiarato ai cronisti che i suoi soldati erano in "allerta elevata" alla frontiera e pronti "ad attaccare se necessario", un’informazione che alti ufficiali di altri Paesi non avrebbero certamente condiviso.

In questa politica della comunicazione rientra anche il riconoscimento dei propri passi falsi. È successo in dicembre quando nella zona di Shejaiya, un quartiere orientale di Gaza City, i soldati di Gerusalemme hanno sparato per errore a tre ostaggi che si stavano avvicinando a torso nudo e innalzando drappi bianchi. Daniel Hagari ha ammesso pubblicamente l’errore, precisando però che in quella zona i soldati israeliani si sono trovati di fronte ad attentatori suicidi.