Il negoziatore: "Si tratta anche col diavolo. Liberazione degli ostaggi? C’è ancora una possibilità"

Il professor Michael Tsur (Idf): il tempismo è un fattore cruciale per gli accordi. "La mediazione è un’attitudine, bisogna prepararsi e adattarsi alla situazione"

Nel riquadro, il negoziatore israeliano Michael Tsur
Nel riquadro, il negoziatore israeliano Michael Tsur

Roma, 24 gennaio 2024 – Sotto un nuvola di capelli bianchi che fa da cornice ad un sorriso rassicurante ma astuto c’è il volto di uno dei più abili negoziatori in circolazione che negli ultimi vent’anni ha gestito crisi di ogni genere in giro per il mondo. Si è districato da protagonista negli staff che hanno affrontato emergenze aziendali, politiche, belliche. Il profilo del professor Michael Tsur, israeliano, dice tutto ed è una garanzia. Fondatore del Mediation & Conflict resolution institute di Gerusalemme, dal 1999 Tsur è un membro del think tank dell’Israel Defence Forces (Idf) hostage negotiation team e sempre in Israele gestisce l’unico istituto di formazione di negoziatori internazionali specializzati “nell’identificazione dei vari stadi del conflitto”, il Shakla e Tariya (Pesare & Valutare).

Professore , esistono le condizioni per liberare gli oltre cento ostaggi ancora nelle mani di Hamas?

"Preferisco non entrare nei dettagli di questa situazione. Posso dire che esistono le condizioni per trattare, c’è una via di comunicazione. Come in tutte le circostanze estreme, è importante creare un clima di fiducia reciproca e ridurre al minimo le incomprensioni. Nella negoziazione è inoltre importante non coinvolgere direttamente i decision-maker, la cui decisione sarebbe per definizione di ultima istanza e inoppugnabile, ma affidarsi a “recapitatori di messaggi”, persone che contribuiscono a far riflettere i decisori stessi".

Quanto conta per la liberazione la pressione dell’opinione pubblica israeliana?

"In questi casi bisogna sempre capire chi è l’opinione pubblica in gioco ed eventualmente chi la influenza. Ma non entro nello specifico, la situazione è ovviamente molto delicata".

Ci sono concrete possibilità di riportare a casa i rapiti?

"Esistono sempre le possibilità di ottenere il risultato in base alla trattativa in corso. Il tempismo comunque è un fattore cruciale. Penso al concetto cosiddetto del “time kills all deals”: il passare del tempo può rivelarsi un fattore negativo per gli accordi".

Trattano i Paesi in quanto tali o singole figure?

"Sono le singole persone che creano la mediazione e la comunicazione, perché nell’immediato sono aspetti importanti il carattere, la personalità capace di aprirsi all’altro e comprenderne le ragioni pur se non condivise. Anche se hai davanti il diavolo non sei lì per negoziare contro di lui, ma insieme a lui. Non è tuo nemico, bensì tuo partner".

La negoziazione è un metodo o si improvvisa?

"In parte è un’attitudine insita nell’uomo, ma ci sono metodi che bisogna acquisire studiando molto e preparandosi a fondo. Poi ogni situazione ha necessità di un approccio diverso. Faccio spesso l’esempio della figura del jazzista: conosce bene la musica, studia il genere, ma poi improvvisa".

Come ragiona il negoziatore?

"In modo molto diverso da figure del mondo politico, militare e della sicurezza. Se sei un soldato, per esempio, tendi a prendere decisioni basate sull’esclusione degli interessi dell’altro. Il negoziatore invece ha un approccio inclusivo, non cerca la vittoria a scapito dell’altro, bensì il successo di entrambe le parti".

Cosa serve per negoziare?

"Rispettare dell’altro anche se è un nemico; costruire un canale di comunicazione e ridurre al minimo incomprensioni ed equivoci; avere in testa un piano e basare la trattativa sul porre molte domande per capire i diversi punti di vista; la logistica deve mettere a proprio agio le parti attraverso il numero e il tipo di persone coinvolte, il tempo e l’orario, l’atmosfera e il luogo fisico scelto; agire pensando sempre al futuro".

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