Il filo rosso tra gli islamisti e il Cremlino

Ottaviani

L’ombra del presidente russo, Vladimir Putin, torna a riallungarsi con prepotenza sulla partita mediorientale. Mousa Abu Marzook, membro dell’ufficio politico di Hamas, ha annunciato che il gruppo terroristico libererà tutti gli ostaggi con cittadinanza russa come omaggio personale al Capo del Cremlino. Un ‘regalo’ che leva alla Russia la preoccupazione di portare in salvo i suoi connazionali, ma che soprattutto sancisce chiaramente come questa ennesima escalation del conflitto arabo-israeliano serva anche a una cordata di potenze per mettere in difficoltà gli Stati Uniti e i suoi alleati. Nei mesi scorsi i leader dell’organizzazione si sono recati più volte a Mosca. Circostanza che si è ripetuta proprio all’inizio del conflitto, quando alcuni dirigenti di Hamas si sono recati prima a Mosca, dove però non hanno incontrato Putin, e poi a Teheran. Da tempo il numero uno del Cremlino, in sinergia con l’Iran e la Turchia, utilizza la questione arabo-israeliana per destabilizzare la regione. Una mossa fatta evidentemente per mettere in difficoltà gli Stati Uniti, con il presidente Joe Biden, in corsa per la rielezione nel 2024 e al quale proprio la politica internazionale, fra Ucraina e Medioriente, sta creando non poche difficoltà. L’obiettivo russo, e, sullo sfondo, quello della Cina, che poi è la maggiore azionista di questa cordata anti occidentale, è che Washington non rientri con forza nella partita mediorientale. La prima parte di questo disegno è terminata. Con l’attacco del 7 ottobre scorso a opera di Hamas si è ottenuto che l’Arabia Saudita posticipi, se non addirittura faccia saltare, la sua adesione agli accordi di Abramo. Ora è necessario fare entrare la Russia nella partita sulla futura gestione della Striscia di Gaza. A quel punto, dopo la Siria e il Libano, dove Mosca vende armi a Hezbollah, il Cremlino avrà il controllo di un’altra importante postazione in Medioriente.