Elezioni a Taiwan: vince l’uomo anti-Cina e Pechino alza la voce. Il sinologo: Xi sarà cauto

William Lai ha conquistato il 40,1% dei voti, diventerà il nuovo presidente Sisci: risultato complesso, l’assemblea avrà una maggioranza diversa

Pechino, 14 gennaio 2024 – William Lai, candidato del Partito popolare progressista, è il nuovo presidente di Taiwan, ma prima di capire come evolverà la situazione in una delle zone più calde del mondo, è opportuno vedere quale sarà la composizione del Parlamento e quale rapporto ci sarà fra potere esecutivo e legislativo. Francesco Sisci, sinologo e senior researcher alla Renmin University of China, spiega perché, per valutare l’impatto di questo voto sugli equilibri mondiali, è necessario ancora del tempo.

William Lai Ching-te e Hsiao Bi-khim festeggiano sotto una pioggia di coriandoli
William Lai Ching-te e Hsiao Bi-khim festeggiano sotto una pioggia di coriandoli

Professor Sisci, William Lai sarà il prossimo presidente di Taiwan, ma perché per la Cina quest’isola è così importante?

"Si tratta di una risposta un po’ difficile da dare in due parole. C’è il sogno della riunificazione di tutto il territorio nazionale. Taiwan è lembo di una guerra civile che formalmente si è conclusa nel 1949, ma sostanzialmente è Cina. È un po’ come se ci fossero due Germanie. La riunificazione eventuale di tutta la Cina è un sogno territoriale e politico, ma è molto importante perché giustificherà anche il fatto che la Cina controlla il Tibet o lo Xinjiang. Se Pechino non riesce a controllare un’isola dove la maggioranza della popolazione è di etnia Han, il maggiore gruppo etnico del Paese, come può reclamare come propri territori che hanno maggioranze etniche diverse?".

Che lettura dà di questo voto?

"Si tratta di un risultato complesso. Lai diventerà presidente. Ma il suo partito, il Dpp, dovrebbe perdere la maggioranza in Parlamento. Per la prima volta in questa consultazione elettorale ci sono stati ben tre partiti. E gli altri due partiti, il Kuomintang e il Tpp, il Partito popolare di Taipei e Taiwan, dovrebbero avere la maggioranza in Parlamento. Ci sarà un presidente ostile a Pechino e l’assemblea che va in mano a due formazioni che chiedono più impegno con Pechino".

Cosa farà la Cina davanti a questo risultato, considerato anche il discorso di Capodanno di Xi Jinping, che su Taiwan era stato piuttosto chiaro («la riunificazione con Taiwan è una necessità storica») ?

"Anzitutto, ritengo che nel discorso di fine anno Xi Jinping sia stato più cauto rispetto ad altre volte e ad altri presidenti. Non ci sono state minacce proferite e non sono stati dati ultimatum temporali entro i quali va compiuta questa riunificazione. Come ho spiegato, il quadro interno a Taiwan adesso è molto complesso. Bisogna vedere se si trova un equilibrio fra il potere esecutivo e quello legislativo. Tensioni o scontri politici futuri potrebbero avere ripercussioni anche sul rapporto con Pechino. I prossimi mesi saranno cruciali".

Ci sono poi i rapporti fra Cina e gli Stati Uniti. Qual è la situazione attuale e come potrebbero evolvere alla luce di questi risultati elettorali?

"Possiamo dire che oggi c’è uno stato di tregua fra queste due superpotenze, nel senso che gli Stati Uniti hanno preso un impegno con la Cina a non sostenere una dichiarazione unilaterale e formale di indipendenza di Taiwan. E questo in qualche modo è un tappo sulla situazione dell’isola. Dipende, però, da cosa succederà nei prossimi mesi. Se gli equilibri fra Cina e Ta iwan peggiorano, c’è da aspettarsi che lo faranno anche quelli con Washington. C’è poi da considerare le elezioni americane. Bisogna vedere chi vince e chi perde. E si dovrà capire come la nuova fase presidenziale gestirà quello che per gli Stati Uniti è il problema dei problemi, cioè la Cina. Perché la questione russa, la questione del Medio Oriente e le stesse questioni interne per il presidente americano sono meno importanti della questione cinese".