Internet Shutdown
Internet Shutdown

Il piccolo regno di eSwatini, che fino al 2018 era conosciuto col nome di Swaziland, è una delle tre monarchie d'Africa (le altre sono il Marocco e il Lesotho, se si esclude il regno Zulu, che non ha autorità statale). Il fatto che la nazione sia l'unica monarchia assoluta del continente (nel mondo ce ne sono solo 7: Brunei, Oman, Arabia Saudita, Città del Vaticano, Qatar, Emirati Arabi Uniti e, per l'appunto, eSwatini) è alla base delle manifestazioni delle ultime settimane, che hanno visto migliaia di persone scendere in piazza per chiedere una transizione democratica. Le rivolte sono state sedate dalle forze dell'ordine con la forza, ma non hanno accennato a diminuire, almeno finché il Re, Mswati III, non ha ordinato la disattivazione di Facebook.

 

Una misura estrema e impensabile: sui cellulari dei cittadini è arrivato all'improvviso un SMS in cui si spiegava che da quel momento il social di Mark Zuckerberg avrebbe smesso di funzionare. I dissidenti hanno presto iniziato a riorganizzarsi, utilizzando canali Telegram, come il popolare Democracy News eSwatini, in cui vengono documentati gli scontri e dove vengono aspramente criticati i tentativi di Mswati III di riconciliarsi con i manifestanti, tentando un dialogo. Questa misura però, non è nuova, anzi è sintomo di una tendenza sempre più presente nei regimi autoritari.

 

Ricorrere al cosiddetto Internet shutdown, lo spegnimento di internet, può essere oggi un'arma fortissima per limitare le comunicazioni ed esercitare una censura da parte dei governi. Già nel novembre 2019 i manifestanti che si troavano a Teheran ricevettero un SMS in cui si intimava loro di smettere e di tornare a casa per evitare ulteriori problemi. In quel momento i servizi internet erano già fortemente limitati, ma l'intelligencce era riuscita a localizzare i cellulari di chi si trovava nel centro della capitale, riuscendo a inviare la comunicazione solo a loro.

 

Un'intrusione preoccupante che scatenò le ire degli osservatori internazionali, che già due anni fa vedevano nell'internet shutdown una minaccia non trascurabile.

 

I social media sono ovviamente il target principale: tramite questi decine di migliaia di persone si informano e si connettono tra di loro, creando un problema a chi non vuole che ciò accada. Non solo: disattivando le connessioni a internet si impedisce anche che i video e le foto degli scontri, in cui spesso e volentieri le forze dell'ordine usano la violenza, non lascino il paese e non arrivino alla stampa estera. I tweet con cui i giovani raccontavano le proteste sono stati tra i fattori di accelerazione di fenomeni come le Primavere Arabe di un decennio fa: un'esperienza talmente forte da far temere ai leader più autoritari che possano verificarsi di nuovo eventi simili.

 

In parole povere, l'internet shutdown viene applicato in tre ottiche: per limitare le comunicazioni tra interno e interno (quindi l'organizzazione di cortei o manifestazioni), per limitare le comunicazioni tra interno ed esterno (e quindi la documentazione di ciò che avviene), ma anche per limitare le comunicazione tra esterno e interno (inibendo le possibili attività di forze estere e sistemi di intelligence di ogni tipo).

 

Uno studio della ricercatrice dell'Università di Mannheim, Anita Gohdes, sostiene che in concomitanza con i blackout di internet, aumentano le uccisioni sospette di leader dissidenti e le operazioni militari su larga scala, a testimonianza del fatto che internet è sempre più un fattore determinante anche come strumento politico. Un esempio calzante della potenza della rete è quello della Siria, dove da anni si combatte una sanguinosissima guerra civile: il conflitto è ampiamente documentato sui social e sulle piattaforme video, tanto da obbligare gli apparati di governo di Bashar Al Assad a scendere in campo per restituire l'immagine di una Siria vivibile e al passo coi tempi. Con risultati spesso controproducenti, come nel caso del lancio dell'hashtag #SummerInSyria, con cui si chiedeva alle persone di documentare le bellezze naturalistiche del paese. Subito l'hashtag è stato usato da voci contrarie al regime e organizzazioni come Amnesty International per documentare invece le atrocità della guerra, che ha causato oltre 400mila morti e più di 11 milioni di profughi.

 

In tutto il mondo dunque, si accende l'attenzione sull'utilizzo della rete: la democrazia ormai passa anche e soprattutto da internet. Disattivarne l'accesso e l'utilizzo è una negazione della libertà che silenzia le proteste, con esiti tragici in moltissimi casi.