Il ministro per la Difesa Roberta Pinotti
Il ministro per la Difesa Roberta Pinotti

dall'inviato ALESSANDRO FARRUGGIA

Bagdad, 9 maggio 2016 - "L'Italia era pronta da fine aprile, dei team avanzati sono già sul posto per fare ricognizione e da fine maggio la task force inizierà a dispiegarsi a protezione dei lavori di messa in sicurezza della diga di Mosul, sul Tigri. Inizialmente saranno cento uomini, poi, mano a mano che aumenteranno le esigenze di protezione del cantiere, saliremo, tra settembre e ottobre, a poco più di 450 soldati: la Trevi ci ha comunicato che i lavori dureranno dai 12 ai 18 mesi e inizieranno il primo settembre. Noi siamo pronti a restare fino a due anni, secondo necessità, fino a che la diga sarà stata messa in sicurezza».

Il ministro della Difesa Roberta Pinotti, accompagnata dal capo di Stato Maggiore della Difesa, sta recandosi – via Kuwait – a verificare di persona l’area dove sarà dispiegato il contingente aggiuntivo dell’operazione Prima Parthica , un potenziamento che porterà le forze armate italiane al secondo posto, dopo quelle degli Stati Uniti, nella coalizione anti Isis per numero di uomini impiegati.

 Per l'Italia è uno sforzo non indifferente. Già oggi abbiamo, tra Bagdad, Erbil e Kuwait City, 800 uomini, dall’autunno saliranno a 1.300. Adesso siamo impegnati nell’addestramento (7.728 persone formate, tra peshmerga curdi e poliziotti iracheni) e nelle ricognizioni aeree (7mila ore di volo con 1.250 sortite di Tornado, droni, C130 e rifornitori). Adesso ci toccherà anche proteggere la grande diga di Mosul durante i complessi lavori di consolidamento affidati alla ditta italiana Trevi. E non sarà un compito facile perché ci troveremo a una trentina di chilometri dalla linea del fronte, quando – presumibilmente a fine 2016 – iracheni e peshmerga tenteranno di strappare Mosul al controllo del Califfo. Attacchi suicidi e tiri di artiglieria vanno messi in conto. Ma il ministro della Difesa è più che convinto che la missione si deve fare. «La lotta al terrorismo ha bisogno dell’impegno di tutti. A chi ci ha criticato sostenendo che usiamo i nostri soldati per difendere un’azienda italiana – dice Pinotti – rispondo che la richiesta di un contributo maggiore in Iraq ci è venuta dagli americani. Ci sono state date varie opzioni, tra le quali quella di Mosul, e noi abbiamo scelto questa. Non solo perché c’è un’impresa italiana, cosa della quale siamo contenti, ma anche perché i lavori alla diga metteranno in sicurezza l’Iraq dal rischio di una catastrofica alluvione. E poi serve a sostenere lo sviluppo del paese. Perché l’intervento militare non deve essere fine a se stesso, deve servire a stabilizzare l’Iraq. Certo, operare in un contesto come quello iracheno non è facile, e non solo per la presenza dell’Isis». «Ovviamente – continua Pinotti – noi siamo molto preoccupati per la grave crisi politica in atto, ma ci auguriamo che il governo iracheno, che la comunità internazionale sostiene, sappia trovare una soluzione inclusiva».

Una cosa il ministro tende a chiarirla: il fatto che ci apprestiamo a intervenire ulteriormente in Iraq non significa che non lo faremo anche in Libia. «Le due cose – dice – non sono in relazione. Viaggiano su binari diversi. L’operazione di Mosul l’abbiamo decisa mesi fa, un eventuale intervento in Libia non è fattibile fino a che non ci sarà una presa di potere effettiva del governo Sarraj, cioé non ci sarà un voto di fiducia del Parlamento libico. L’Italia sta facendo ogni sforzo diplomatico, ma fino a che non riceveremo una richiesta formale di aiuto da un governo pienamente in carica, non possiamo muoverci». E allora avanti con Mosul.

Va detto che la presenza di altri 500 soldati italiani sul terreno a poche decine di chilometri dalla zona controllata da Daesh non significa che la Difesa stia pensando di mandare nostri aerei a bombardare l’Iraq, nonostante gli americani ce lo abbiano chiesto. «I nostri velivoli – spiega Pinoti – svolgono una missione di ricerca e acquisizione obiettivi, specializzazione nella quale siamo tra i migliori al mondo, e che è fondamentale per chi fa operazioni di attacco al suolo. Quindi, va bene così. Non cambieremo. Quello che servirà a Mosul, e che ci sarà, è la cosiddetta personnel recovery , cioè elicotteri in grado di intervenire per portare in salvo personale disperso o ferito». Quattro Nh90 dell’aviazione dell’Esercito sono già operativi.