Parigi, messa in memoria delle vittime a Notre Dame (LaPresse)
Parigi, messa in memoria delle vittime a Notre Dame (LaPresse)

Roma, 16 novembre 2015 - DOPO i terribili fatti parigini, a molti fra noi sono tornate alla memoria certe agghiaccianti dichiarazioni lette nei documenti degli jihadisti di al-Qaeda e dell’Isis: "Noi vinceremo su di voi, perché voi amate la vita mentre noi amiamo la morte". Qualcuno avrà pensato a vuote dichiarazioni ispirate alla retorica del fanatismo o di un misticismo di cui liberarsi etichettandolo come "medievale". Del resto, sappiamo bene che esiste il vezzo iperbolico d’invocarla, quella che Pier Paolo Pasolini chiamava la "Comare Secca" e Roberto Vecchioni "La Nera Signora". Ricordate una delle belle scene finali del film Brancaleone alle crociate in cui Vittorio Gassman la invoca: "Vieni, o Morte! Tu non mi spauri!". È una scena ispirata a una parodia de Il Settimo Sigillo di Ingmar Bergman, capolavoro filmico degli anni Cinquanta ispirato alla Danza Macabra e al tema del Trionfo della Morte. Ma, appena la Nera Signora scheletrita appare a Brancaleone-Gassman, lui dichiara atterrito che stava solo scherzando.

SIAMO abituati a scherzare su queste cose: e nemmeno poi tanto. Sappiamo che per scaramanzia è meglio non nominarla, quella Signora, e non parlare troppo di lei. Eppure i nostri pensieri, i nostri ricordi, le nostre paure, i nostri sogni, la nostra letteratura, la nostra arte, la nostra musica, ne sono pieni. Nella società tradizionale premoderna, si era abituati ad "addomesticarla", a ridurla a compagna quotidiana, a solennizzarla nei funerali al fine di esorcizzarla, nelle chiese era familiare l’Uffizio dei Defunti, così bello nel suo latino liturgico; i cimiteri monumentali erano luoghi di pace e di meditazione, come la Certosa di Parma ricordata da Stendhal o le solenni architetture funebri celebrate da Mozart nel Don Giovanni e da Foscolo nei Sepolcri. Gli antichi tenevano separate le città dei vivi da quelle dei morti, le necropoli; ma i cristiani, i quali ritenevano che l’importante non era esser vivi o morti bensì essere in grazia di Dio, inumavano i loro defunti nelle loro chiese o nei giardini circostanti affinché stessero sempre con loro. In realtà, i Trionfi di Francesco Petrarca spiegano bene il senso di questa filosofia esistenziale: la morte era vinta dalla fama, che però a sua volta era cancellata dal tempo, il quale a sua volta era battuto dall’eternità. Nelle religioni – un po’ in tutte, sia pure in modi diversi – la morte non esiste, è solo un passaggio verso un’altra vita.
Ma la Modernità non concepisce il mondo in questi termini: e quelli di noi che sono ancora religiosi vivono comunque nel dubbio e nell’angoscia. Prevale il senso della morte come fine di tutte le cose, come porta spalancata sull’Abisso del Nulla. In un passato abbastanza recente, tuttavia, le "religioni laiche" hanno riportato in auge il culto della "morte per la vita", della morte individuale affrontata nel nome della vita collettiva, di un ideale più alto. Dulce et decorum est pro patria mori, come dicevano gli antichi romani e come ancora leggiamo su tanti monumenti ai caduti. Nella Prussia del primo Ottocento, gli ussari detti appunto «della Morte» portavano il Totenkopf, la "testa di morto" d’argento sui berretti neri per indicare il loro disprezzo per la morte nel nome dell’ideale nobilissimo del morire in battaglia, per il re e per la patria. Tutti i secoli fra XVIII e XX sono stracolmi dell’"elaborazione del lutto", della glorificazione del sacrificio per un ideale più alto. Anche il "Viva la Morte!" degli anarchici, il "Viva la Muerte!" del tercio franchista durante la guerra civile spagnola del 1936-’39 – un "grido assurdo", come lo qualificò Miguel de Unamuno – erano ispirati a questi ideali di sacrificio, a queste forme di religione "laica" obiettivo della quale potevano essere la Patria, la Nazione, la Libertà o altro. Ma anche tutto ciò è per noi archeologia. La Modernità matura ragiona in termini materialistici per un verso, utilitaristici ed edonisti per un altro. In tempi di primato della Volontà di Potenza individuale e di civiltà dell’Avere e dell’Apparire, nulla può esserci di più prezioso della vita fisica, possibilmente accompagnata dal benessere e, infine, dalla felicità.

EPPURE , se ci guardiamo intorno, ci rendiamo conto che non è così. Il potere, il benessere, il danaro, il profitto, non danno la felicità: e se la danno essa non è duratura. La nostra vita è spesso padroneggiata dall’angoscia, dall’alienazione, dall’insicurezza, da ogni genere di complessi: la depressione è un’autentica malattia che miete vittime; il suicidio, praticamente assente nelle "società del malessere" dell’Africa e dell’America latina dove si vive al di sotto del fatidico limite di sopravvivenza di due dollari al giorno, è frequente da noi, e specialmente in società opulente come quelle scandinave.
Ma alla luce di tutto ciò, è poi così strano se alcuni dei nostri figli (ancora pochissimi, per fortuna) scelgono di reagire a una vita piena di oggetti di consumo, di "cose", e povera di ideali e di prospettive? Certo, c’è chi "evade" dandosi al "viaggio" della droga; chi si rifugia nell’alcool o nella dissipazione di vario genere ("guidare a fari spenti nella notte per scoprire – se è poi tanto difficile morire", cantava Lucio Battisti); chi si suicida o chi entra in una scuola e senza ragione fa fuori decine di compagni, chi penetra nella casa della sua fidanzatina e spara sui genitori restii a consentire al suo sogno d’amore.

MA C’È anche chi invece ripete l’antico gesto arcaico del sacrificio nel nome della solidarietà; chi parte per aiutare i poveri, gli Ultimi; chi raggiunge i Medici senza Frontiere; chi segue l’esempio di madre Teresa di Calcutta. Sono modi diversi di riempire esistenze che la cultura del benessere, dello spreco, del consumo e del profitto ha svuotato di contenuto.
È alla luce di ciò che si deve paradossalmente, tragicamente cercar di comprender anche i ragazzi occidentali che fuggono dal Nulla d’una vita ricca di cose e priva di valori per abbracciare un altro Nulla che però parla loro il linguaggio della Fede, della lotta nel nome di una Legge divina e di un’Eternità promessa. Io ne ho incontrato qualcuno, di questi ragazzi. Uno di loro mi ha chiesto: «Secondo lei è da barbari pretendere che le donne si coprano? A me sembra più barbaro, più infame, che si sentano costrette a denudarsi se vogliono far soldi e carriera, a rinunziare alla dignità e all’onore pur di avere un po’ di miserabile comfort o di facile notorietà. Lei, questa, la chiama Libertà?». Credo di essere riuscito a rispondergli con argomenti decorosi: ma non è stato facile.

LA MORTE che i jihadisti dicono di "amare" (Yo soy el novio de la Muerte, "Sono il fidanzato della Morte", cantavano ottant’anni fa i ragazzi dei tercios) è questo: un’anticamera dell’Eternità, una Vita superiore. Follia? Illusione? Se sono tali, sono tuttavia anche gli pseudovalori con i quali ragazzi inesperti e talora pieni di un malinteso, stravolto senso di generosità, cercano di riempire una vita che nella società occidentale è stata svuotata di tutto quanto avrebbe potuto elevarla e conferirle una dignità. C’è un solo modo per combattere questo loro cupio dissolvi: tornare a nostra volta a riscoprire quei valori che rendono davvero la vita degna d’essere vissuta e che la Modernità ha dimenticato o rinnegato. I tanti ragazzi che impiegano al loro esistenza nel servizio ai più poveri, per esempio, potrebbero insegnare molto. Ai jihadisti; e magari anche a noi.