La generazione che ha perso la speranza

I ragazzi di oggi non credono che invecchieranno più ricchi dei loro genitori, non credono che avranno pensioni all’altezza del loro sforzo produttivo, non credono dunque che saranno più felici, più solidi, più stabili di chi li ha messi al mondo

Agnese Pini

Agnese Pini

Troppo facile prendersela con questi italiani che-non-hanno-più-voglia-di-faticare. Con questi nostri ragazzi che-non-sanno-cosa-sia-il-sacrificio. Con questo mondo, insomma, che sembra andare così tanto alla rovescia da farci titolare più o meno così: non manca il lavoro, mancano i lavoratori. Fino a tutto il primo decennio dei 2000 sarebbe sembrata una provocazione, una clamorosa bufala. Ricordo che sui giornali abbiamo iniziato a parlare con più costanza di questo fenomeno - ormai generazionale - a partire dall’estate del 2020. Era l’estate del Covid, e per la prima volta - in Italia come in buona parte del mondo industrializzato, Usa in testa - diventava evidente ed emergenziale l’assenza di specifiche figure dal mercato del lavoro.

Figure tecniche, meccaniche, legate all’hi-tech ma anche alle professioni mediche e infermieristiche. Si dette la colpa al virus e ai suoi travolgenti effetti collaterali nel tessuto stesso della nostra società.

Ma con la fine della pandemia le cose sono possibilmente peggiorate, tanto che a luglio 2023 la quota di lavoratori introvabili è salita al 47,9%.

Di chi è la colpa quindi? Davvero non abbiamo più voglia di faticare, come dicevano i nostri nonni?

Di certo, il lavoro ha smesso di essere attrattivo perché ha smesso di essere una garanzia rispetto alla possibilità di migliorare le nostre condizioni di vita.

I ragazzi di oggi non credono che invecchieranno più ricchi dei loro genitori, non credono che avranno pensioni all’altezza del loro sforzo produttivo, non credono dunque che saranno più felici, più solidi, più stabili di chi li ha messi al mondo.

Non credono che faranno una famiglia prima dei trent’anni, che compreranno una casa accendendo un mutuo, non credono che spendersi per un’azienda o per un datore di lavoro garantirà loro la soddisfazione di farli sentire cittadini adulti e realizzati. Di conseguenza, non credono più che il sacrificio sia un valore, talvolta un valore assoluto come lo è stato per le generazioni precedenti.

Lo spirito di sacrificio richiede ottimismo, oppure impellente necessità: oggi non ci sono nessuna di queste due condizioni.

La sensazione è che le ricette inventate finora per provare ad arginare un problema destinato a segnare i prossimi lustri, siano troppo timide e soprattutto ancorate a un mondo - il nostro vecchio mondo - ormai già scomparso e dal quale abbiamo ereditato davvero poco: non lo spirito, non i valori, non la speranza.