Dire "mai più" non può bastare di fronte al male

La storia, e dunque la memoria, e dunque le giornate della memoria, servono per ricordarci di che cosa l'essere umano è capace. E proprio questa consapevolezza ci mette nelle condizioni di scegliere di non commettere il male

La senatrice Liliana Segre riceve la laurea honoris causa in Scienze Storiche (ImagoE)
La senatrice Liliana Segre riceve la laurea honoris causa in Scienze Storiche (ImagoE)

A che cosa serve la memoria? A che cosa serve ricordare l’orrore, condannare l’orrore, se poi quelle parole - mai più - finiscono per essere puntualmente smentite, tanto solenni quanto vuote? Il "mai più" delle giornate della memoria è sconfessato dagli stermini vecchi e nuovi, dalle torture e dai crimini di guerra di ieri come di oggi. Commessi a qualunque latitudine, indipendentemente dalla lingua o dal colore della pelle di vittime e carnefici.

Dopo la Shoah, dopo la Seconda Guerra Mondiale, la storia non si è fermata: l’oscenità che può essere provocata dagli abissi dell’essere umano ha continuato a verificarsi puntualmente. Così il "mai più" si è infranto tanto nei gulag sovietici quanto nell’eccidio di My Lai, in Vietnam, per mano dei soldati americani. Si è infranto nella Cambogia di Pol Pot, nel Rwanda degli anni ’90, a Sabra e Shatila, a Srebrenica e poi in Iraq, e poi ancora e ancora, fino ad arrivare ai giorni nostri: all’Ucraina, al Medio Oriente. Quel "mai più" si è infranto il 7 ottobre negli assalti disumani e disumanizzanti di Hamas contro Israele, negli ostaggi tuttora prigionieri dei terroristi, e nelle stragi di civili innocenti che continuano a morire a Gaza sotto le bombe di Tel Aviv.

A che cosa serve dunque la storia, se la storia non è capace di insegnarci nulla, al punto da far dire proprio ieri alla senatrice Liliana Segre di essere "disperata", perché è illusorio pensare di poterci immunizzare dal male?

Ebbene, non c’è un pessimismo più fondo di questo: se la storia e dunque se il nostro passato sono l’unica eredità certa che abbiamo, e se pensiamo che nulla di buono può arrivarci da quella eredità, quale altra speranza ci resta per costruire il nostro presente, e per lasciare un futuro dignitoso a chi verrà dopo di noi?

Eppure, o forse proprio per questo, la storia è tutt’altro che inutile. La storia e dunque la memoria – e dunque le giornate della memoria – servono per ricordarci di che cosa l’essere umano è capace se messo di fronte alla vertigine della guerra: oggi come ieri, è capace delle cose più abiette, e non esistono in questo caso patentini di bontà, o di moralità, che possano assolvere i popoli. Ma è proprio grazie a questa consapevolezza che veniamo messi nelle condizioni di scegliere di non commettere quel male. Se il male non è assoluto, ma è banale – perché appartiene in potenza a ciascuno di noi – l’essere umano ha però sempre la possibilità di non commetterlo. Di scegliere il bene. L’Europa lo ha fatto proprio alla fine della seconda guerra mondiale, dimostrando che si può interrompere la catena della vendetta e della sopraffazione: dopo il 1945, sulle ceneri della spietata e lucida carneficina che ha prodotto anche la Shoah, gli europei hanno smesso di usare le ferite di ieri per giustificare nuove ferite reciproche. Per riuscirci ci vogliono grandi uomini e grandi donne, grandi ideali e grandi consapevolezze, grandi sacrifici e grandi rinunce. Ma è possibile. Ed è questa l’unica eredità buona che ci arriva dalla storia: la scelta. È una responsabilità che sta in capo agli eserciti e ai governi, certo, ma anche a ciascuno di noi. E che sta solo a noi imparare a usare.