Mercoledì 22 Maggio 2024
ANTONIO TROISE
Economia

Un Paese di lavoratori part-time. Sono 4,2 milioni, la metà involontari

Il fenomeno riguarda in particolare le donne, che rappresentano i tre quarti degli occupati a tempo parziale

Un Paese di lavoratori part-time. Sono 4,2 milioni, la metà involontari

Un Paese di lavoratori part-time. Sono 4,2 milioni, la metà involontari

Sulla carta, il part-time è uno strumento che dovrebbe rendere più facile conciliare i tempi della famiglia con quelli del lavoro. Nella realtà, invece, rischia di diventare un ulteriore strumento di "precarizzazione". Con effetti pesanti soprattutto per le donne. Il rapporto presentato ieri dal Forum Disuguaglianze e Diversità getta una luce su un settore del mercato del lavoro che riguarda oltre 4,2 milioni di persone. Il dato più significativo è che, per oltre la metà dei casi (il 56,4%), questa forma contrattuale è stata accettata o subita per necessità o per assenza di alternative. Tecnicamente si chiama "part-time involontario", di fatto comporta una perdita di reddito e un rallentamento della crescita professionale in azienda. Un fenomeno che riguarda, in particolare, le donne che già rappresentano circa i tre quarti delle persone occupate a tempo parziale: il part-time involontario colpisce il 16,5% delle lavoratrici coltro il 5,6% degli uomini.

In otto imprese su dieci, poi, l’incidenza delle donne in part-time sul totale dei dipendenti è oltre il 50% mentre il 12% delle aziende usa il part-time in modo strutturale (oltre il 70% dei dipendenti), con una scarsa attenzione alla qualità del lavoro. Anche in questo caso, l’indagine rileva che l’occupazione part-time è una questione prevalentemente femminile: nel 61,5% delle imprese, le persone occupate con questa tipologia di contratto sono quasi esclusivamente o esclusivamente donne, mentre nel 20% la quota di lavoratrici part-time supera, anche ampiamente, la metà.

Oltre alla caratterizzazione di genere, i dati mostrano che il part-time involontario è più frequente anche al Sud, tra le persone straniere, tra chi possiede un basso titolo di studio e tra le persone con un impiego a tempo determinato. Il paradosso italiano nell’abuso del part-time involontario è confermato anche dai dati Eurostat: a fronte di una crescita simile nel ricorso al tempo parziale a livello europeo negli ultimi 20 anni, che nel 2022 ha visto l’Italia in posizione analoga alla media europea (18,2% la prima, 18,5% la seconda), nel nostro Paese il part-time involontario riguarda più di un lavoratore su due tra quelli impiegati con questa forma contrattuale (56,2%) mentre la media europea si ferma a meno di un quarto (19,7%).

"Ormai è noto che sempre più lavoro è precario e mal retribuito, e non è sufficiente a uscire da una condizione di povertà. In questo quadro anche il part-time da strumento di conciliazione di vita e di lavoro, rischia di diventare uno strumento di ulteriore precarizzazione, soprattutto quando viene imposto e non è una scelta del lavoratore e in particolare della lavoratrice", hanno commentato Fabrizio Barca e Andrea Morniroli, co-coordinatori del Forum Disuguaglianze e Diversità. E suggeriscono che le politiche per cambiare rotta devono insistere sul rafforzamento della contrattazione, sui disincentivi alle forme involontarie di part-time e sull’aumento dei controlli.

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