Giovedì 18 Aprile 2024

Rider, è l’ora dei diritti: sono come dipendenti, salvo prova contraria

La direttiva all’Europarlamento il prossimo mese: più tutele per i nuovi fattorini Più facile dimostrare il rapporto di lavoro subordinato. Orari e compensi dignitosi

Una protesta dei rider

Una protesta dei rider

Roma, 18 marzo 2024 – Era lunedì, una sera di marzo uggiosa in gran parte d’Italia, e le agenzie di stampa battevano in tempo reale le notizie in arrivo da Bruxelles. ‘Vittoria europea per i rider’, riportavano i titoli: nelle stesse ore, a Bologna, uno di loro veniva picchiato per aver appoggiato la bici nell’androne del palazzo in cui doveva recapitare una pizza e, a Roma, un 45enne pakistano, intento a consegnare a domicilio il cibo ordinato dai clienti al suo locale, è morto schiacciato dalla sua stessa auto, parcheggiata senza freno a mano.

Storie profondamente diverse tra loro, che tuttavia restituiscono l’istantanea di una società sempre più abituata a farsi recapitare comodamente il cibo o la spesa senza muovere un passo: basta un semplice clic. Della consegna dei beni richiesti si occupa, infatti, una pletora di lavoratori, giovani e meno giovani, italiani e stranieri, uomini e donne, il cui numero è in crescita esponenziale da anni: proprio a loro – anzi, più in generale, a tutti gli operatori della ‘gig economy’, legati alle piattaforme digitali – si rivolge la cosiddetta ‘direttiva rider’, approvata dai ministri del Lavoro dell’Europa a 27.

La direttiva, che passerà il mese prossimo all’Europarlamento e diventerà, così, legge per i 27 Stati membri, arriva al termine di un cammino tortuoso, come spiega Elisabetta Gualmini, eurodeputata Pd e relatrice per il Parlamento europeo del testo oggetto dell’accordo, da lei definito ‘storico’. "Il progetto di regole è stato proposto per la prima volta dalla Commissione nel 2021 – ricorda – a dicembre si era arrivati a un compromesso preliminare, ma l’accordo è stato affossato da un’attività di lobbying aggressiva, portata avanti dai colossi della ‘gig economy’, e dai rapporti privilegiati di alcuni leader nazionali con alcune grandi aziende. Ora si è giunti finalmente a un testo condiviso, la cui premessa inderogabile è che i rider sono trattati come lavoratori dipendenti. La direttiva chiede anche maggior trasparenza nell’applicazione dell’algoritmo, che regola tempi e modi delle consegne e, di conseguenza, la retribuzione. Occorrerà garantire la supervisione ‘umana’ delle decisioni più critiche, tra cui l’assunzione o l’allontanamento del lavoratore".

Quello del ‘falso lavoro autonomo’, pagato a cottimo e usato per mascherare un reale rapporto di subordinazione fra l’operatore e la piattaforma, è uno dei nodi storici della battaglia per i diritti dei rider fin \dal lontano 2016, anno della cosiddetta ‘vertenza Foodora’. A Torino, cinque fattorini avevano scoperchiato il vaso di Pandora portando in tribunale l’allora colosso del food delivery, accusato di stipulare contratti di collaborazione occasionale che si traducevano, in realtà, in rapporti di lavoro subordinato.

Sentenza dopo sentenza, significativi passi avanti sono stati compiuti, fino alla sottoscrizione, nel 2018, della ‘Carta di Bologna’. Primo esempio europeo di accordo territoriale con le piattaforme digitali, che parteciparono anche ai negoziati per la stesura del testo, la Carta sottolineava la necessità di garantire un compenso orario fisso e dignitoso. E affrontava per la prima volta temi importanti come salute e sicurezza, stabilendo, tra l’altro, il diritto dei fattorini a non lavorare in condizioni meteo proibitive e l’impegno per le piattaforme a sottoscrivere a proprio carico un’assicurazione per infortuni e malattie sul lavoro. Due anni più tardi, nel 2020, era la pandemia a riportare sotto i riflettori l’azione silenziosa di questa forza lavoro iper-precaria e multinazionale, legata a doppio filo all’economia digitale e ai suoi misteriosi algoritmi.

Ora , la ‘direttiva rider’ si propone di tutelare i diritti di almeno 30 milioni di persone nei 27 Stati membri (saranno 40 nel 2025, secondo le stime della Commissione) e di rendere più facile, per loro, dimostrare il rapporto subordinato. Come? Invertendo l’onere della prova di autonomia, che sarà a carico del committente. Spetterà alle piattaforme, cioè, provare che non sussiste un rapporto di lavoro continuativo: se ciò non avviene, il lavoratore dovrà essere assunto con regolare contratto collettivo nazionale.

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