Martedì 11 Giugno 2024
FRANCA FERRI
Economia

Quiet cutting, il tuo posto di lavoro non esiste più. La nuova strategia delle aziende Usa

Obiettivo: non perdere competenze, oppure spingere i dipendenti alla dimissioni volontarie. La risposta al quiet quitting

Quiet quitting, le aziende rispondono con il quiet cutting

Quiet quitting, le aziende rispondono con il quiet cutting

Dopo le ‘grandi dimissioni’ e il quiet quitting, negli Stati Uniti prende sempre più piede il fenomeno del ‘quiet cutting’. Ovvero: le aziende non licenziano, ma ‘mettono in un angolo’ i dipendenti. (Doverosa premessa: il mercato del lavoro americano è profondamente diverso dal nostro e prevede tutele molto minori).

Cos’è il quiet cutting

Il quiet cutting non è un demansionamento (che porterebbe a cause legali, anche negli Usa) ma un vero e proprio ‘accantonamento’, un ‘taglio silenzioso’ (è la traduzione quasi letterale) che rimanda al dipendente la scelta di cosa fare per rimediare alla nuova situazione lavorativa, non sempre soddisfacente.

Il messaggio via mail

A spiegarlo è stato, nei giorni scorsi, il Wall Street Journal. Di solito il dipendente riceve una mail che si può brutalmente riassumere così: “Non sei licenziato, ma il tuo posto di lavoro non esiste più”. Di solito per ristrutturazione aziendale: vengono rivisti uffici, organigrammi, priorità, divisioni organizzative, obiettivi ecc ecc. E così i dipendenti vengono ‘riassegnati’ ad altri incarici, anche diversissimi da quello per cui erano stati assunti.

Ricollocamento?

Perché riassegnati e non licenziati, se non servono più? In fondo, solo il settore tech, i licenziamenti sono arrivati a decine di migliaia, fra l’autunno e l’inverno scorso. Negli ultimi mesi, i tagli sono stati molto minori: a luglio, però la prima volta da un anno, i licenziamenti sono stati meno di quelli dello stesso mese del 2022.

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Competenze

Perché ricollocare all’interno dell’azienda, quindi? Intanto, per provare a non perdere competenze costruite negli anni, e sfruttare le risorse nel modo più funzionale, spiegano i responsabili delle risorse umane. Tenendole pronte e disponibili, nel caso quelle competenze servano all’improvviso, senza dover fare nuove selezioni. In molti casi, sostengono le aziende, è un modo di dire: “Apprezzo molto il tuo lavoro e le tue competenze, non voglio perderli, ma al momento posso offrirti solo questa opportunità”. C’è anche un aspetto economico da considerare: se licenziare un dipendente significa per l’azienda pagare comunque per mesi una parte di disoccupazione (es legata ai benefit aziendali che si perdono restando senza lavoro), può convenire tenere il dipendente a libro paga, aspettando che decida da solo di andarsene.

Cosa succede ai lavoratori

Già, i lavoratori. Le testimonianze cominciano ad essere numerose, nei vari forum online. La prima reazione, di fronte alla mail di ‘ricollocamento interno’, è quasi sempre di sollievo: “Almeno non mi hanno licenziato, ho ancora un lavoro”. E non è poco, per chi ha famiglie da mantenere, mutui e costosissimi college  per i figli da pagare.

Poi però si tratta di adattarsi al nuovo ruolo, magari completamente diverso da quello precedente, trovare un nuovo equilibrio lavorativo, e non cedere alla depressione del ‘mi hanno messo da parte, sono inutile, la mia carriera è bloccata’. Capita anche che il nuovo ruolo abbia mansioni più impegnative o responsabilità maggiori di quello precedente, ma lo stesso salario.

Che fare, resistere o andarsene? In linea di principio, se si decide di cercare un altro lavoro, meglio farlo prima di rimanere disoccupati. Magari sfruttando il ‘ricollocamento interno’ per acquisire nuove competenze e poter aspirare, questa volta sì, a un lavoro con più soddisfazioni.