Giuseppe Conte (Ansa)
Giuseppe Conte (Ansa)

Roma, 14 dicembre 2018 - C’è un silenzio assordante nelle ultime 24 ore: Matteo Salvini e Luigi Di Maio, dopo mesi di annunci, promesse, proclami di battaglia e minacce roboanti, sono diventati improvvisamente afoni. La "manovra del popolo" non è più un brand "popolare" e di successo: anzi, se fosse possibile, i due leader della maggioranza vorrebbero essere già a gennaio, con la legge di Bilancio in cascina e la guerra (persa) sul deficit archiviata. Il problema, per loro, è che la propaganda spinta fino alla viralità può trasformarsi in un boomerang micidiale. Prendiamo l’immagine del balcone con il capo grillino e i suoi ministri esultanti: un’icona pop che oggi è una sorta di prova di una cambiale non onorata.

Non basta. Oggi in gioco non è o non è tanto e solo il calo di circa 4 decimi di punto nel rapporto deficit-Pil: il nodo è che su quei decimali (tanto vituperati), i due vice-premier hanno puntato tutte le loro carte della sfida all’Europa. E oggi si ritrovano in qualche modo politicamente "impiccati" proprio a quei numeretti, come anche li hanno bollati per settimane. E se dalle percentuali passiamo a ciò che c’è dietro, il senso della retromarcia finisce per amplificarsi. Di Maio sì è intestardito nel voler far partire il reddito di cittadinanza nei primi mesi del 2019: poco conta che i centri per l’impiego sono allo sfascio, che l’infrastruttura tecnologica per gestire il sussidio è all’anno zero, che platea e importi ventilati sono inattingibili anche con le risorse ipotizzate. E così alla fine, se va bene, avremo al massimo un reddito di inclusione rafforzato. Salvini, a sua volta, si è mosso su un doppio piano: a colpi di slogan su quello della campagna elettorale permanente (abolizione Fornero, flat tax, no all’Europa dei burocrati), con estremo gradualismo su quello della definizione delle misure concrete. Tanto che il taglio fiscale con aliquote piatte è stato abbandonato fin da subito e la stessa quota 100 per le pensioni anticipate non è altro che un aggiustamento flessibile della legge del governo Monti, senza nessuno stravolgimento. Anche se ciò non toglie che lo stesso Salvini, con l’esito che si profila a Bruxelles e, dunque, nel cambiamento della manovra, finisce per essere vittima della sua stessa propaganda.

QUANTO CI COSTA - Ma le prime vittime di questi mesi di celodurismo anti-europeo e anti-mercati sono i contribuenti italiani che, solo in termini di maggiore debito pubblico, dovranno farsi carico di 1,5 miliardi di euro in più. Un ticket elevato per uno spettacolo finito male.

MANOVRA, DA DOVE SIAMO PARTITI E DOVE SIAMO ARRIVATI - Schede a cura di Claudia Marin

QUOTA 100

Partenza (7 miliardi). Il pacchetto pensioni da 7 miliardi prevedeva lo smantellamento della riforma Fornero. In primis, l’introduzione di Quota 100 (somma di contributi ed età) per andare in pensione anticipata. Senza vincoli e limiti di sorta. A questo si aggiungeva l’altra via d’uscita costituita da quota 41 (41 anni di contributi a prescindere dall’età anagrafica).

Arrivo (5 miliardi). Quota 100 solo per tre anni (2019-2021) e la via d’uscita anticipata vale solo per 38 anni di contributi e 62 di età. Ci saranno finestre mobili trimestrali per i privati, che arrivano fino a nove mesi per i pubblici con un preavviso di sei mesi che aggiunge ai tre della finestra. Divieto di cumulo con altri lavori per redditi dai 5mila euro annui in su. Costo: 5 miliardi.

FLAT TAX

Partenza (15 milardi). L’impianto originario della Lega prevedeva la flat tax al 15% non solo per le imprese ma anche per le famiglie. Da qui, si è passati a una soluzione che ipotizzata sconti fiscali solo per le imprese, con aliquote secche al 15% e altri tagli fiscali, e il rinvio al 2020 della sforbiciata per le tasse sulle famiglie. Costo: 15 miliardi.

Arrivo (1 miliardo). Rinviata la sforbiciata sull’Irpef per le famiglie, il capitolo fiscale si basa sulla flat tax delle partite Iva e sull’Ires scontata (costo 1 miliardo). Prevista l’abrogazione dell’Imposta sul Reddito imprenditoriale che doveva entrare in vigore nel 2019 e la cancellazione dell’Ace. Il 30% delle imprese pagherà più tasse a fronte di vantaggi solo per un 7%.

REDDITO DI CITTADINANZA

Partenza (10 miliardi). La versione originaria del Reddito di cittadinanza targata 5 Stelle prevedeva la corresponsione a 5 milioni di poveri di un assegno mensile di 780 euro in media. Ma si trattava di una cifra standard per un single, perché l'importo doveva aumentare in base alla composizione del nucleo familiare. Costo complessivo: 10 milardi

Arrivo (7,5 miliardi). Il dettaglio del provvedimento è tutto da scoprire. E le indiscrezioni vanno nella direzione di un progressivo avvicinamento al Rei, il Reddito d’inclusione introdotto dai governi di centro-sinistra. Il parametro chiave continua a essere l’Isee che per il Rei è di 6mila euro e per il reddito è di 9.360. Ma non è detto che le due cifre non si avvicinino. Costo della misura: 7,5 miliardi.