Pensione anticipata 2024, l'opzione non è donna. J'accuse della Cgil: ecco i numeri

Secondo il sindacato saranno appena 3.760 le lavoratrici che potranno usare misure di flessibilità previdenziali prorogate (con correttivi) dal governo Meloni per il 2024

Roma, 30 gennaio 2024 – Saranno solo 3.760 le donne che potranno usare misure di flessibilità previdenziali prorogate, ma con correttivi significativi, dal governo Meloni per il 2024. Dunque, con Ape sociale, Quota 103 e Opzione donna potranno uscire in via anticipata meno di 4 mila lavoratrici, mentre per tutte le altre varranno i requisiti della legge Monti-Fornero. A dare conto e a tirare le somme preventive sulle prospettive delle pensioni per le donne per l’anno in corso è il Dipartimento delle politiche previdenziali della Cgil

Ebbene, analizzando le diverse misure previdenziali all’interno della legge di bilancio 2024 – osserva Ezio Cigna, responsabile delle politiche previdenziali della Cgil nazionale – ci fa notare che saranno solo 3.760 le donne che potranno utilizzare le misure di flessibilità prorogate in questa legge di Bilancio, per tutte le altre esisterà solo la legge Monti-Fornero.

I numeri della Cgil sulle uscite anticipate dal mondo del lavoro nel 2024
I numeri della Cgil sulle uscite anticipate dal mondo del lavoro nel 2024

Le stime su Quota 103

La stima dell’ufficio politiche previdenziali è molto semplice – spiega Cigna – “quota 103”, nonostante i continui proclami è una misura praticamente inutile che riguarderà solo gli uomini. E questo non perché per una donna sarebbe già difficile raggiungere 41 anni di contribuzione, ma perché coloro che perfezionano 41 anni di contributi e 62 anni di età nel 2024 hanno già perfezionato i requisiti di opzione donna al 2021, ossia, almeno 35 anni di contribuzione e 58 di età. Quindi nessuna donna accederà con la nuova “quota 103” che prevede un ricalcolo contributivo come opzione donna, a cui si somma l’incumulabilità con i redditi da lavoro e un tetto massimo al pagamento della pensione fino a 4 volte il trattamento minimo.

Cosa succede con Opzione donna e Ape sociale

Ma vediamo che i risultati e gli effetti non sono migliori per le altre due misure: Opzione donna e Ape sociale. La nuova versione di Opzione donna 2024, con l’aumento del requisito di età di un anno (da 60 anni a 61 entro il 31 dicembre 2023), è una misura assolutamente inutile e riguarderà solo 250 donne.

Entro il 31 dicembre 2023 sono necessari 35 anni di contribuzione e 61 anni di età solo per caregiver e invalide dal 74%. I 61 anni di età si riducono di un anno per ogni figlio, fino a un massimo di due (59 anni di età). Per le lavoratrici licenziate o di imprese in crisi il requisito di età è 59 anni a prescindere dal numero di figli.

Alla fine, la via principale di uscita (ma pur sempre ridotta) è l’Ape sociale: sempre secondo le stime dell’ufficio politiche previdenziali, saranno solo 3.510 donne a poter usufruire di questo strumento, delle 9.000 domande complessivamente stimate.

Il gap tra uomini e donne

Se dalle misure di flessibilità in ballo per l’anno in corso passiamo al bilancio dei flussi di pensionamento, si conferma ugualmente il divario di genere. Sono 764.907 le nuove pensioni liquidate dall’Inps nel 2023, l’11,07% in meno delle 865.948 erogate nel 2022. Delle 101.041 pensioni in meno nel 2023, le donne segnano la differenza più ampia con un meno 69.731, pari al 69% della differenza totale. Il calo delle pensioni riguarda tutte le pensioni, ma in particolare la pensione anticipata – sempre un miraggio per le donne – che passano da 107.520 nel 2022 a 76.904 nel 2023, 30.616 pensioni in meno, pari circa al 30% in meno.

Se crescono leggermente per gli uomini gli importi medi delle pensioni che arrivano a 1.140 euro, contro i 1.135 euro dell’anno precedente, per le donne gli assegni mensili diminuiscono, passano in media da 963 euro a 950 euro (il 17% in meno sul valore mediano).

Le disuguaglianze sono evidenti e vengono certificate in maniera chiara dai dati Inps – incalza Ezio Cigna – l’importo delle pensioni anticipate, sempre considerando il valore mediano, hanno una differenza di 353 euro, si passa dalle 2.111 euro degli uomini alle 1.758 euro per le donne.

Le nuove regole sui pensionamenti

L’ultimo capitolo relativo al divario di genere in ambito previdenziale tocca di nuovo gli effetti delle nuove regole sui prossimi pensionamenti. Delle 730 mila persone coinvolte nei prossimi anni dalla modifica dei rendimenti delle pensioni anticipate dei dipendenti pubblici – iscritti alla Cassa per le pensioni ai dipendenti degli Enti locali (CPDEL), alla Cassa per le pensioni dei sanitari (CPS) e alla Cassa per le pensioni degli insegnanti di asilo e di scuole elementari parificate (CPI) e a favore degli iscritti alla cassa per le pensioni degli ufficiali giudiziari, degli aiutanti ufficiali giudiziari e dei coadiutori (CPUG) – riguarderà moltissime donne. Basti pensare, come puntualizza Cigna, che se per gli uomini le pensioni anticipate liquidate nel 2023 per i dipendenti pubblici (comprese tutte le gestioni pubbliche) pesano solo il 19%, per le donne pesano il doppio, il 38%, visto che le pensioni anticipate pubbliche sono 29.233, su un totale di 76.904 pensioni liquidate complessivamente.

Secondo le stime della Cgil si avrà nel 2025 e nel 2026 un abbattimento del 50% delle uscite per via del taglio (10.232), considerando che molte donne saranno costrette a lavorare fino ai 67 anni per sfuggire alla penalizzazione o ulteriori 3 anni se del comparto sanitario.

Nel complesso, gli effetti delle misure previdenziali messe in campo in questi anni – insistono gli esperti della Cgil – oltre a spostare il traguardo pensionistico per tutti, colpiscono particolarmente le donne, come si può vedere dalla forte contrazione delle pensioni anticipate liquidate, che passano da 107.520 nel 2022 a 29.556 pensioni, secondo le stime.

I numeri, dunque, confermano una accentuata e costante penalizzazione delle donne – accusa Lara Ghiglione, segretaria confederale della Cgil nazionale –. Le donne sono coloro che sono state più colpite dalla legge Monti-Fornero e adesso, con le scelte del Governo Meloni, siamo nella stessa condizione: si fa cassa sulle pensioni delle donne con un azzeramento di fatto della flessibilità in uscita che le costringe al pensionamento di vecchiaia a 67 anni.

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