Patuelli (Abi). Sconfitta l’inflazione, è necessario ridurre i tassi

L’analisi del presidente dell’Associazione bancaria italiana: era indispensabile agire sui prezzi "Il 2024 sarà un anno cruciale per la ripresa. Molto dipenderà dalla scelta delle banche centrali" .

Patuelli *

Quando la Banca Centrale Europea ha deciso di aumentare i tassi, dopo averli tenuti a zero (o negativi per le banche) per quasi un decennio, ha indicato nel 2% l’obiettivo di inflazione da raggiungere. Eurostat, l’ente di statistica dell’Unione europea, nelle sue rilevazioni relative a novembre 2023, ha stimato al 2,4% l’inflazione al consumo nell’area dell’Euro su base annua, in calo dal 2,9% relativo ad ottobre. L’indice armonizzato dell’incremento dei prezzi al consumo, a novembre scorso, risultava del 3,8% in Francia, del 3,2% in Spagna, del 2,3% in Germania e dello 0,7% in Italia.

Certamente la recente decelerazione dell’inflazione dipende innanzitutto dalla riduzione dei prezzi dell’energia, particolarmente visibile per il gas e anche per il petrolio, come si può notare per le strade d’Italia per la benzina e il gasolio. Per ora le grandi Banche Centrali dell’Occidente si sono fermate negli aumenti dei tassi, ma non hanno ancora iniziato a ridurli. Le grandi società internazionali di rating hanno reso noto di ritenere che nel 2024 i tassi caleranno, anche se è incerto l’ammontare e il momento iniziale di queste tendenze. Certamente le Banche Centrali sono assolutamente indipendenti nelle loro decisioni. Ma è generale la necessità di evitare che tassi troppo alti, troppo a lungo, rallentino lo sviluppo dell’economia e dell’occupazione in presenza di un’inflazione che ha rallentato cospicuamente la sua spinta. Comunque in Europa e in Usa il 2024 sarà un assai importante anno elettorale di rinnovo del Parlamento europeo a giugno e della presidenza a Washington a novembre.

La sconfitta dell’inflazione è un indispensabile presupposto per un’economia sana: l’inflazione è una assai ingiusta tassa sugli onesti che grava su salari, stipendi, pensioni e sul risparmio.

I salari e gli stipendi vengono tutelati nel loro potere d’acquisto soprattutto dai Contratti collettivi nazionali di lavoro. Non sempre altrettanto tutelate dall’inflazione sono le pensioni, e comunque non tutte. I risparmi non sono tutti automaticamente tutelati dall’inflazione: dipende da come sono investiti. Inoltre i risparmi, non meno di salari, stipendi e pensioni, sono gravati da livelli di tassazione che sono quasi sempre superiori.

Gli investimenti in debito pubblico sono incoraggiati dall’aliquota agevolata del 12,5%. Conseguentemente le banche debbono offrire ai risparmiatori dei prodotti finanziari (con l’imposta del 26%) competitivi per rendimenti e durate a quelli offerti dallo Stato. La liquidità dei risparmiatori collocata nelle banche, nelle varie forme e durate, è indispensabile per realizzare i prestiti a famiglie e imprese.

I meno favoriti dal fisco sono gli investimenti del risparmio nel capitale delle imprese, variamente redditizie: l’imposta sul reddito delle imprese (Ires) è del 24%, a cui va aggiunta l’Irap per un totale del 28,59%, per ottenere l’utile netto delle imprese. I risparmiatori azionisti delle imprese debbono pagare in più un’altra imposta sui dividendi che percepiscono, la cosiddetta ‘cedolare secca’ del 26% sull’utile netto distribuito. Quindi il totale, non algebrico, ma finanziario, delle imposte che gravano sugli utili delle imprese e dei risparmiatori che vi investono è del 47,15%, che sale addirittura ad oltre il 50% (esattamente il 50,29%) per i risparmiatori che investono nelle banche che subiscono un’addizionale di imposizione del 3,5%. Quindi, anche in anni di inflazione, il risparmio investito nel mondo produttivo in Italia subisce alte aliquote di pressione fiscale, il che spinge tanti risparmiatori a cercare altrove forme più remunerative di investimento.

Ma queste aliquote fiscali dovranno essere riesaminate prossimamente: infatti, la scorsa estate, il Parlamento italiano ha approvato una assai importante e complessa legge con la quale ha delegato il Governo a realizzare entro 24 mesi un’ampia riforma fiscale basata su precisi principi, appunto decisi dal Parlamento. In proposito, l’articolo 5 della legge delega dispone i ‘Principi e criteri direttivi per la revisione del sistema di imposizione sui redditi delle persone fisiche’: in esso, alla lettera ‘d’, vengono definiti anche i criteri per i redditi di natura finanziaria.

L’ormai imminente 2024 sarà decisivo per le sorti dell’inflazione, per le decisioni delle Banche Centrali sui tassi di interesse e per quelle del Governo italiano (col necessario parere del Parlamento) sulla riforma fiscale.

* Presidente Associazione Bancaria Italiana

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