di Andrea Telara

Hanno un patrimonio complessivo di oltre 840 miliardi di euro e una ricchezza finanziaria individuale che supera i 500mila euro a testa. Stiamo parlando dei clienti italiani del Private banking, cioè gli investitori di fascia medio-alta che beneficiano di una serie di servizi ‘speciali’, offerti loro dalle banche e dalle reti dei consulenti finanziari.

Questo esercito di ‘Paperoni’ è diventato negli ultimi decenni un segmento di investitori molto ambito nell’industria finanziaria e oggi viene visto anche sotto un’altra ottica, cioè come un prezioso serbatoio per dare un po’ di benzina all’economia nazionale, alle prese con la crisi generata dall’epidemia del Coronavirus. L’idea che sta alla base di questa considerazione è molto semplice: in Italia ci sono molte aziende d’eccellenza che hanno sempre più bisogno di trovare fonti di finanziamento alternative alle banche. Perché allora non utilizzare le ingenti risorse del Private banking per sostenere il sistema imprenditoriale?

Se lo sono chiesti anche gli analisti della casa d’investimenti Intermonte, che ha dedicato a questo tema un apposito quaderno di ricerca nel quale si mette in evidenza come nell’ultimo decennio la quota di ricchezza investita a sostegno delle imprese e dell’economia reale è diminuita. Gli investitori più ricchi, in particolare, hanno preferito investire piuttosto buona parte dei propri soldi in impieghi all’estero (anche con fondi di diritto straniero) e in titoli di Stato. Come invertire questa tendenza? Per gli analisti di Intermonte occorrono innanzitutto degli incentivi fiscali che spingano il risparmio verso il sostegno all’economia. Ma queste misure rischiano di essere insufficienti se non si attuano riforme in grado di migliorare la competitività e l’attrattività del sistema Italia.

A detta di Intermonte sarebbe necessario per esempio un rilancio delle infrastrutture, la semplificazione della burocrazia, nuovi investimenti in ricerca e formazione e misure capaci di favorire la certezza dei procedimenti giudiziari. Soltanto questo mix di fattori, insomma, può far sì che la gran mole di risparmi degli italiani, soprattutto dei nostri connazionali più ricchi, venga utilizzata per dare ossigeno all’economia, indirizzandosi verso prodotti d’investimento utili a finanziare le aziende, soprattutto quelle piccole e medie. Negli ultimi anni, a dire il vero, ci sono state importanti novità su questo fronte, con il debutto sul mercato di diversi prodotti per dotare di nuovi capitali le piccole e medie imprese non finanziarie (per esempio le imprese manifatturiere specializzate in molte produzioni made in Italy).

Negli ultimi anni sono nati per esempio i mini bond, cioè titoli obbligazionari rappresentativi di un debito che, a differenza dei bond più tradizionali, possono essere emessi anche per piccoli importi (nell’ordine di qualche milione di euro) da società non quotate in borsa. Grazie a queste caratteristiche particolari, i mini bond possono rappresentare una valida forma di finanziamento per le piccole e medie imprese, in alternativa ai prestiti bancari. Un’altra categoria di strumenti finanziari nata per far avvicinare la ricchezza delle famiglie all’economia reale e al mondo delle piccole è medie imprese (pmi) è rappresentata dai Pir (piani individuali di risparmio). Si tratta di prodotti d’investimento (in genere fondi comuni o più raramente polizze) il cui portafoglio è composto in gran parte da azioni e da titoli emessi da aziende quotate in borsa ma non sul listino principale di Piazza Affari, bensì su altri mercati come lo Star o l’Aim, interamente dedicati alle pmi d’eccellenza. Oltre ai Pir, oggi sul mercato del risparmio gestito si stanno ritagliando spazio anche gli Eltif (European Long Term Investments), un’altra categoria di fondi che investe gran parte del proprio patrimonio in titoli di piccole e medie aziende, sia di quelle quotate in borsa che di quelle non ancora quotate.

Pur essendo diversi tra loro, i prodotti finanziari come gli Eltif, i Pir o i mini bond hanno una caratteristica in comune: sono indicati a chi è disposto a tenere fermo il capitale per un po’ di tempo e ha un obiettivo di rendimento nel medio e lungo periodo, non per chi si muove con la logica speculativa del mordi e fuggi e vuole portare a casa guadagni consistenti nell’arco di pochi giorni o settimane. Proprio per questa ragione tali prodotti, molto utili a sostenere l’economia reale, sono adatti ai clienti del private banking, che dispongono di una ricchezza di una certa consistenza e possono investirla in molti strumenti finanziari diversi, anche quelli come i mini bond o gli Eltif che non possono essere liquidati in tempi brevi. I ‘Paperoni d’Italia’, insomma, hanno risorse per dare benzina al Pil. Perché dunque non invogliarli a farlo?