Lunedì 15 Aprile 2024

Circular economy. La transizione in Italia viaggia a due velocità

IN UN’IDEALE CLASSIFICA capace di misurare l’indice di ‘circolarità’ di ciascun Paese – il risultato di un mix di indicatori...

Circular economy. La transizione in Italia viaggia a due velocità

Circular economy. La transizione in Italia viaggia a due velocità

IN UN’IDEALE CLASSIFICA capace di misurare l’indice di ‘circolarità’ di ciascun Paese – il risultato di un mix di indicatori relativi all’economia circolare e allo stato di attuazione della transizione ecologica – l’Italia risulterebbe ancora ai primi posti fra gli stati membri dell’Unione europea. Questa ‘eccellenza’, però, sta mostrando anno dopo anno segnali preoccupanti di cedimento: eravamo sul primo gradino del podio fino al 2022, l’anno scorso siamo scivolati in seconda posizione dietro i Paesi Bassi. Per quali ragioni? Secondo il rapporto ‘Circonomia Fano 2024’, che sarà presentato appunto a Fano (Pesaro e Urbino), in occasione del Festival dell’economia circolare e della transizione ecologica (7-10 marzo), le cause del rallentamento sono da rintracciare soprattutto nel divario crescente fra le regioni del Nord e quelle del Sud. Un divario che si estende a diversi campi della vita sociale ed economica e riguarda, ormai, anche la corsa al raggiungimento degli obiettivi che l’Europa si è data per il 2030, a cominciare dalla riduzione delle emissioni inquinanti fino al più generale impegno per fronteggiare la crisi climatica. Già, la crisi climatica: un fenomeno in costante avanzamento, cui l’Italia è una delle aree più esposte di tutto l’emisfero nord del pianeta, in virtù della sua posizione geografica al margine della zona temperata.

Nel 2023 la temperatura media registrata nel nostro Paese ha superato di quasi 1,5 °C la media dei 43 anni precedenti: 15,39 °C contro 14,02 °C. Un grado e mezzo in più può sembrare poco, ma per gli equilibri climatici è un dato spaventoso: un riscaldamento così intenso e concentrato può avere conseguenze gravi sugli ecosistemi e produrre contraccolpi rilevanti anche sul terreno socio-economico. Un grado e mezzo è anche il livello di aumento delle temperature medie rispetto all’epoca pre-industriale, indicato dalla comunità scientifica come ‘soglia critica’ oltre la quale la crisi climatica rischia di determinare effetti ambientali, sociali, economici incontrollabili. L’Italia, dunque, è pienamente immersa in quella crisi climatica globale che, a differenza di tutti fenomeni di climate change che l’hanno preceduta nella storia della Terra, è originata da cause principalmente antropiche: l’aumento dell’effetto serra, infatti, è causato dalle emissioni di anidride carbonica e di altri gas climalteranti, generate, a loro volta, dall’uso massiccio di combustibili fossili e dalla deforestazione. "Oltre a essere i maggiori responsabili del cambiamento climatico in corso, gli esseri umani sono anche tra le principali vittime: le avversità atmosferiche hanno un impatto drammatico, oltre che sull’ambiente, sullo stesso sviluppo socioeconomico dell’umanità e sugli equilibri geopolitici del mondo (basti pensare all’intensità crescente dei flussi migratori)", dice Roberto Della Seta (foto in basso),direttore scientifico del festival Circonomia. "Alla luce di queste prospettive – continua – oggi la transizione ecologica rappresenta un obiettivo ancor più necessario di quanto poteva apparire fino a pochi anni fa".

Tornando al rapporto, elaborato dall’istituto di ricerche Ambiente Italia e focalizzato soprattutto sulle differenti velocità con cui le regioni italiane stanno mettendo in atto la transizione ‘green’, Trentino-Alto Adige, Marche e Lombardia sono le tre regioni italiane sul podio della sostenibilità ambientale. Sette regioni – Trentino-Alto Adige, Marche, Lombardia, Veneto, Toscana, Friuli Venezia Giulia, Lazio e Liguria – presentano un indice di circolarità superiore alla media nazionale. Con l’unica eccezione del Lazio, sono tutte regioni del Nord Italia. Troviamo tutte regioni meridionali, al contrario, nella parte bassa della classifica: il fanalino di coda è la Puglia, preceduta da Sicilia, Sardegna, Basilicata, Campania e Calabria. Le regioni del sud presentano, quindi, un indice di sostenibilità ambientale sensibilmente più basso rispetto alle regioni del nord e del centro. Secondo i curatori del rapporto, livelli più bassi di pressione sulle risorse naturali – caratteristica precipua delle regioni del sud, contrassegnate da un’economia più debole e da minori consumi di materie prime ed energia rispetto a quelle del nord – non rappresentano necessariamente un vantaggio per l’ambiente, anzi.

L’indice di sostenibilità dipende, infatti, non solo da fattori di pressione sulle risorse, ma anche da fattori di efficienza e di risposta che, al contrario dei primi, tendono a crescere all’aumentare delle performance economiche: lo sviluppo economico, di per sé, non è dunque ‘insostenibile’ come comunemente si crede. La macro-regione del Centro è l’unica che fa meglio della media nazionale in tutte e tre le categorie degli indicatori (impatto ambientale, efficienza d’uso delle risorse, capacità di risposta alla crisi energetica e climatica). E le Marche, che pure rientrano fra le regioni più manifatturiere d’Italia, con la presenza più rilevante di attività produttive energivore, svettano in testa alla classifica, superate solo dal Trentino-Alto Adige, regione che vanta un antico e consolidato primato in fatto di attenzione all’ambiente. Il risultato delle Marche è migliore di quello medio dell’Italia in 20 indicatori su 25. Subito alle spalle delle Marche, la classifica ‘green’ stilata da Circonomia vede Lombardia e Veneto, regioni anch’esse con un elevato tasso manifatturiero del Pil: ciò rafforzerebbe la conclusione, poc’anzi enunciata, che l’economia manifatturiera non sia necessariamente ‘divoratrice’ di energia e materia prima, ma che molto dipenda dalle azioni messe in atto per ridurre o mitigare i propri impatti sull’ambiente.

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