di Andrea Ropa

Non tutto il male viene per nuocere. Almeno non a tutti. Durante il lockdown, infatti, il 58% delle startup ha aumentato il personale, il 32% ha registrato un aumento della domanda e il 27% una crescita dei ricavi. Lo certifica un’indagine che analizza l’impatto dell’emergenza Coronavirus sull’ecosistema italiano dell’innovazione, realizzata da Ey e Vc Hub Italia, che dimostra come gli investitori in innovazione abbiano avuto conseguenze meno devastanti di quelle registrati dalle imprese tradizionali.

Le startup coinvolte operano prevalentemente sul mercato italiano (68%), la gran parte ha sede in Lombardia – la zona più colpita dall’emergenza – e coprono diversi settori, con una prevalenza del retail e dell’e-commerce. Il 52% è certa che la situazione attuale durerà al massimo fino a 6 mesi e l’85% è sostanzialmente convinto che una volta terminata l’emergenza sanitaria la propria impresa possa tornare a operare ai livelli pre-pandemia. Emerge inoltre che il 62% delle realtà coinvolte nell’indagine ha lavorato in smart working senza compromettere la produttività e il 67,5% non ha sostenuto alcun investimento per agevolare lo smart working, anche perché molte si erano già dotate degli strumenti necessari.

Ovviamente – spiega il rapporto – una crisi di questa portata ha generato difficoltà per una parte delle startup. Nello specifico, il 68% ha dichiarato di aver subito una riduzione della domanda, l’80% ha ridotto fino al 15% il salario del personale e il 55% è dovuto ricorrere alla cassa integrazione. Il 41% delle startup sta poi valutando di utilizzare il Venture Debt, mentre il 16% si è già mosso in tal senso o è in trattativa per farlo. I gestori di fondi di Venture Capital coinvolti nella ricerca hanno registrato problemi di liquidità e il 54% si sta preparando a ricercare nuovi finanziamenti per ripartire.

Oltre ai problemi di liquidità, le principali criticità per gli investitori connesse all’emergenza sanitaria sono relative a una diminuzione della raccolta fondi o al fallimento di una o più startup all’interno del proprio portafoglio. Infine, il 20% dei fondi di Vc ha dichiarato che le start-up nel proprio portafoglio hanno registrato un aumento della domanda superiore al 50%, a fronte di un 53% che ha dovuto fare i conti con una contrazione inferiore al 50%.

Tanto le startup quanto i fondi di Vc, chiedono un intervento del governo attraverso sussidi diretti e indiretti e un alleggerimento della burocrazia. In particolare, vengono auspicati investimenti per potenziare la dotazione infrastrutturale, con particolare attenzione al digitale, una ridefinizione della legislazione sul lavoro (con un focus sullo smart working) e sussidi sia diretti che indiretti (per esempio sconti in bolletta e sgravi fiscali). Sul fronte Venture Capital, il 62% ritiene che lo strumento adatto sia quello dei decreti legislativi, il 15% chiede invece maggiore concessione di credito da parte delle banche e il 23% vede una possibile soluzione nella ricerca di nuovi investitori privati.

Secondo Francesco Cerruti, direttore generale di Vc Hub Italia, "la resilienza mostrata dalle startup nell’affrontare questa emergenza e il divario emerso con il sistema imprenditoriale tradizionale, fa emergere la necessità di metterle al centro del progetto di ripresa. Il fatto che le startup siano state capaci di navigare anche controvento, lascia intravedere enormi margini di miglioramento, in presenza però di norme che le agevolino".

Massimiliano Vercellotti, start up leader di Ey in Italia, sottolinea che "in questo scenario, per fronteggiare e gestire il cambiamento in atto, servirà una maggiore sicurezza, comunicazione, strategia e resilienza, che giocheranno un ruolo cruciale se unite alle misure che saranno messe in atto dal governo".