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MADDALENA DE FRANCHIS
Economia

Perchè l’inflazione non scende? Le famiglie italiane spendono 500 euro in più rispetto al 2022

Quali sono i motivi per cui la spesa continua a crescere nonostante l’effetto Covid si sia esaurito e il costo dell’energia non sia più alle stelle

È salita alle stelle, nei mesi scorsi, per due motivi in particolare: i rincari delle tariffe energetiche e il blocco post-Covid delle catene globali degli approvvigionamenti. Ora entrambi i problemi si sono notevolmente ridimensionati, ma resta l’interrogativo: perché l’inflazione non scende? Come mai il prezzo del gas all’ingrosso è tornato ai minimi dal luglio del 2021, ma l’inflazione in Italia rimane saldamente all’8,3%, mentre a luglio 2021 era all’1,9%?

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La risposta è semplice: una volta che l’incendio divampa, per domarlo non basta spegnere il fiammifero che l’ha innescato. Dunque, sebbene le cause iniziali siano state rimosse, ormai l’inflazione ha contagiato l’intero contesto macroeconomico. Se è lecito attendersi, nei prossimi mesi, una lieve frenata a una crescita dei prezzi che pare ormai inarrestabile, è anche vero che difficilmente i prezzi correnti torneranno ai livelli del 2021. Occorrerà, pertanto, continuare a fare i conti con una riduzione del potere d’acquisto dei salari, determinata dall’aumento generalizzato del costo della vita.

Spesa: 446 euro in più in un anno

A questo proposito, una recente analisi, condotta dalla società di consulenza internazionale NielsenIQ sulla base delle rilevazioni Istat, conferma innanzitutto che il differenziale medio mensile per famiglia, dovuto all’inflazione, è pari a 446 euro: ciò significa che, in media, le famiglie italiane spendono quasi 500 euro in più rispetto all’anno scorso. Approfondendo questo dato, tuttavia, emerge che il differenziale generato dalle spese del cosiddetto ‘largo consumo’ (il carrello della spesa, per intenderci) è di soli 35 euro, ovvero meno dell’8%. L’impatto dei prezzi al consumo, quindi, è decisamente inferiore rispetto a quanto percepito. Cosa grava maggiormente, allora, sui portafogli delle famiglie italiane.

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Per il 50% è colpa di mutui e utenze domestiche

Secondo la fotografia scattata dallo studio NielsenIQ, a pesare sono i costi di mutui e bollette, che da soli generano oltre il 50% dell’inflazione. Tra l’altro, come ricorda Luca De Nard, amministratore delegato di Niq Italia, "mentre la filiera della gdo e, più in generale, del largo consumo, per sua natura lascia all’utente la possibilità di compiere delle scelte (preferire, ad esempio, la spesa al discount o concentrarsi sulle vendite promozionali, ndr); altri tipi di spese, oltre ad aver un maggior impatto sulle tasche degli italiani, non permettono rapide sterzate, come accade per il carrello della spesa. L’analisi svolta non intende sminuire il fenomeno inflazionistico nel largo consumo, ma cerca di fotografarne l’impatto in modo più oggettivi”.

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La previsione

È già dal 2022 che l’impennata dell’inflazione ha spinto i principali istituti di credito internazionali ad alzare i rispettivi tassi di riferimento sull’assunzione di prestiti dalla Banca centrale, avviando così un ciclo restrittivo, finalizzato a raffreddare l’aumento dei prezzi. Il rialzo dei tassi di riferimento comporta un innalzamento a cascata del costo del denaro, facendo aumentare anche i tassi applicati dalle banche quando erogano prestiti e mutui a famiglie e imprese. L’auspicato rallentamento delle tariffe energetiche e dei prezzi al consumo potrebbe riflettersi si tassi dei mutui? Non nell’immediato, purtroppo, perché l’inflazione resta persistentemente elevata e ben al di sopra dei target, con molte componenti ancora in forte rialzo. In secondo luogo, perché ci vorrà tempo per raccogliere elementi sufficienti a giustificare un nuovo allentamento, a livello sovranazionale, della politica monetaria restrittiva. In ogni caso, è possibile che le banche europee decidano di varare delle misure per alleviare il rialzo dei tassi sui mutuatari ed evitare problemi ai debitori. Come sottolineato da Christine Lagarde, presidente della Bce, molti istituti potrebbero infatti rinegoziare perché ‘è nel loro interesse non avere crediti non pagati nei loro bilanci’.