Lunedì 22 Luglio 2024
ANTONIO TROISE
Economia

Se la ditta torna a casa: costi alti, qualità scarsa. Le imprese ‘emigrate’ dicono addio alla Cina

Il governo promuoverà il ’backshoring’, ovvero la rilocalizzazione in patria. Ma i “paradisi“ produttivi non funzionano più: fenomeno in atto da tempo

Roma, 31 dicembre 2023 – Per un gruppo come la Whirlpool che chiude a Napoli per spostare la produzione all’estero ce ne sono altri che non solo hanno resistito alla tentazione di lasciare il Paese, ma hanno anche deciso di compiere il percorso opposto, riportando in patria le produzioni. Abbandonando anche quelli che erano considerati "paradisi", come Cina, Corea, Romania o Repubblica Ceca. Nel gergo tecnico il fenomeno si chiama reshoring , in italiano più semplicemente potremmo tradurlo come rilocalizzazione. Con la declinazione più ambita, quella del cosiddetto back shoring , che riguarda le imprese che dopo aver cambiato passaporto alle proprie fabbriche sono tornate sui loro passi.

Giancarlo Giorgetti
Giancarlo Giorgetti

Sommario

Chi ha deciso di tornare

L’elenco delle aziende italiane che negli ultimi anni si sono decise a riportare a casa le produzioni è lungo. E comprende marchi più o meno noti, dal tonno Asdomar, della genovese Generale Conserve ad Argo Tractors, uno dei leader europei di macchine agricole, dalla Felm, l’azienda della famiglia Colombo, produttrice di motori elettrici, alla Seventy, l’azienda di moda fondata nel 1974 da Sergio Tegon. Ma la lista non finisce qui. Fra i ritorni a casa più pesanti c’è quello di Artsana, l’impresa che sta dietro molti prodotti per bambini e non, come gli accessori Chicco fino a Beghelli, società con 32 anni di esperienza nel campo dell’illuminazione di emergenza e in quello dei sistemi elettronici per la sicurezza, che ha deciso di concentrare a Bologna le sue attività.

La situazione in Europa

Ma che cosa spinge le aziende a tornare sui propri passi? Tanto per cominciare il reshoring non è solo un fenomeno italiano. Secondo le elaborazioni del Centro Studi Confindustria, negli ultimi venti anni, i casi di ricollocazione delle produzioni in Europa sono stati 833 e tra le aree dove erano state precedentemente delocalizzate le produzioni poi rimpatriate, l’Asia rappresentava il principale continente (380) seguita dall’Europa stessa (362), soprattutto dai Paesi con costi di manodopera molto bassi, a conferma del fatto che in un’area come l’Europa hanno una certa rilevanza anche i fenomeni di reshoring interni.

Cosa succede in Italia

Anche il nostro Paese è pienamente inserito nella nuova geografia produttiva delle catene delle forniture. I motivi che sono alla base della scelta di riallocare le produzioni sono la disponibilità di fornitori idonei in Italia e i tempi di consegna maggiori di quelli attesi. A seguire le aziende hanno rilocalizzato gli approvvigionamenti a causa di un aumento dei costi di fornitura all’estero, di costi logistici effettivi maggiori di quelli attesi, della presenza di un lotto minimo di acquisto e delle difficoltà di coordinamento con i terzisti. Il risultato è che tra il 2016 e il 2020, il 21% di un campione di 700 imprese, coinvolte in una ricerca condotta dal Centro Studi di Confindustria e da Re4It, ha effettuato un backshoring totale o parziale delle forniture. Mentre la quota di imprese intervistate dal Centro Studi Tagliacarne-Unioncamere che dichiarano un aumento dei fornitori italiani oscilla tra il 15% e il 20%. Il backshoring della produzione (totale o parziale) è stato fino ad ora scelto dal 16,5% delle imprese che avevano realizzato l’offshoring produttivo. Il fenomeno, insomma, va consolidandosi. Ma ad una condizione: che anche l’Europa riesca a mettere in campo politiche industriali in grado davvero di difendere l’assetto produttivo e i consentire alle imprese di combattere ad armi pari sui mercati.