Roma, 16 novembre 2017 - La paradossale offerta di incarichi professionali gratuiti o a un euro, legittimata addirittura da una decisione dei giudici amministrativi, sarà solo un brutto ricordo per circa 5 milioni di professionisti. Con il plauso generale dei vertici degli ordini e delle associazioni di categoria, oltre che delle forze politiche, la commissione Bilancio del Senato (e oggi sarà la volta dell’aula) ha dato il via libera, nel decreto fiscale, al cosiddetto equo compenso: e, dunque, a un criterio di definizione del valore economico delle prestazioni professionali che non può scendere sotto certi livelli specifici per le varie categorie. E questo tanto nei confronti dei privati quanto, soprattutto, rispetto alla Pubblica amministrazione.

Dunque, mai più contratti capestro o prestazioni al «massimo ribasso», o, peggio, incarichi a titolo gratuito. L’innovazione è contenuta in un emendamento riformulato del relatore Silvio Lai (Pd): il testo, in origine, tutelava i servizi degli avvocati nel contenzioso con le parti «forti», ossia banche, assicurazioni e grandi imprese, poi il raggio d’azione è stato esteso a tutti gli autonomi.

La norma prende come punto di riferimento i parametri giudiziari emessi dai ministeri vigilanti degli Ordini, mentre per le altre categorie occorrerà individuare modalità di determinazione dei compensi. Il provvedimento riguarda circa «4,4 milioni» di persone, visto che, ha ricordato la presidente del Colap (Comitato libere associazioni professionali), Emiliana Alessandrucci, le categorie non regolamentate hanno «circa 3 milioni di soggetti» e quelle organizzate in ordini comprendono oltre 1,4 milioni di lavoratori. «Era un impegno preso con tutti i professionisti» per sradicare il «caporalato intellettuale», spiega il ministro della Giustizia Andrea Orlando.

Sulla stessa linea il ministro della Pa Madia e tutto il Pd. Ma anche i due presidenti delle Commissioni lavoro di Senato e Camera, gli ex ministri Sacconi e Damiano, che si sono battuti per mesi affinché l’equo compenso non fosse limitato agli avvocati. «È importante – insiste Sacconi – aver superato le propensioni alla segmentazione del lavoro indipendente perché i diritti fondamentali, come quello alla giusta remunerazione, riguardano tutti». E se per le professioni regolate si farà riferimento ai parametri accennati, per quelle non regolate il riferimento è agli usi rilevabili dalle Camere di Commercio che il Mise dovrebbe raccogliere e validare.

«Grati» a governo e forze politiche i presidenti del Cup (Comitato unitario delle professioni) e Rtp (Rete delle professioni tecniche) Marina Calderone e Armando Zambrano; i vertici degli Ordini avevano promosso il 30 novembre a Roma un evento per fare pressing sul legislatore. Adesso, hanno riferito, la manifestazione servirà a «rivendicare» il risultato ottenuto. A «rallegrarsi» pure il numero uno dei commercialisti Massimo Miani, soprattutto perché la Pubblica amministrazione sarà così «garante dell’equo compenso». Fuori dal coro il presidente dell’Anpal (Agenzia delle politiche attive del lavoro) Maurizio Del Conte, che ha visto un iter «pasticciato» del testo. E che teme avrà «problemi» di attuazione.