Nella foto. tonda a sinistra Antonella Grassigli, Ceo di Doorway
Nella foto. tonda a sinistra Antonella Grassigli, Ceo di Doorway

Nella corsa all’adesione ai nuovi parametri di sviluppo economico sostenibile, non sono solo le imprese a dover rivoluzionare tecnologie, prodotti e servizi, ma anche gli attori finanziari che fan convergere gli

investimenti verso quelle stesse aziende. Un settore che è posizionato più che favorevolmente in tal senso è quello dell’equity crowdfunding: lo sostiene l’imprenditrice bolognese Antonella Grassigli, CEO e co-fondatrice di Doorway, piattaforma online che apre a start-up e Pmi l’accesso al credito non bancario, in cambio di quote di partecipazione al capitale. "Una logica economica virtuosa che ribalta una realtà italiana in cui le aziende tendono ad indebitarsi prima, e creare una base patrimoniale solo in seguito. "Il segreto? Far sì che anche le start-up ai primi passi dimostrino già una cultura aziendale solida e strutturata".

Sotto quali altri aspetti l’equity crowdfunding rappresenterebbe un sistema particolarmente sostenibile?

"Innanzitutto, non si tratta di speculazione meramente finanziaria: si investe in progetti dell’economia reale, con un legame col territorio rafforzato per cui gli investitori possono monitorare i risultati dei loro

investimenti. Noi in particolare favoriamo il contatto diretto fra aziende e investitori attraverso una rete di roadshows il più estesa possibile, e il 12 marzo lanceremo anche un Investor Day. L’intento è quello di innescare un processo di conoscenza approfondita delle target companies, ma anche delle persone che le rappresentano: per quanto interessanti e innovative possano essere le idee, alla fine è la persona, l’imprenditore, che le traduce in azione".

Come controllate i rischi?

"Come piattaforma, ci assicuriamo poi di minimizzare i rischi di non governabilità dell’investimento attraverso criteri di selezione particolarmente rigidi e standard di trasparenza, richiedendo la pubblicazione dei risultati economici con cadenza trimestrale".

Come si sta evolvendo il settore in Italia?

"Da una parte, la normativa italiana sull’equity crowdfunding è stata la prima in Europa a regolamentare il settore, consentendo la creazione di un contesto legislativo particolarmente favorevole e innovativo. Dall’altra, c’è una forte liquidità in circolo che non trova sbocchi, i rendimenti sono sempre più scarsi e difficili da trovare e i patrimoni devono gioco-forza trovare delle classi d’investimento alternative".

E qui entra in gioco il mondo del private equity.

"Ciò fa sì che finalmente le compagnie di private equity non siano più le mosche bianche della finanza, come succedeva fino a poco tempo fa. Detto ciò, è importante notare che rimaniamo comunque il fanalino di coda in ambito europeo".

Quali sono allora gli ostacoli principali?

"Da noi il crowdfunding riesce a raccogliere round di investimenti per 3-5 milioni di euro, ma quando le imprese arrivano ad uno stadio di crescita che richiederebbe 20-30 milioni, devono ricorrere ai grossi investitori esteri".

Come si attirano?

"Per attirare gli investitori istituzionali nazionali, si dovrebbe aumentare la professionalizzazione di questi segmenti dell’economia: creare competenze più strutturate e aumentare le pratiche di trasparenza. In generale, assicurarsi che anche le start-up ai primi passi dimostrino già una cultura aziendale solida. Per fortuna la mentalità si sta evolvendo in questa direzione, anche perché ogni nuovo modello di business si deve confrontare immediatamente col mercato e con le regole di mercato. Per questo, come piattaforma, la nostra ambizione è fare “sistema”: inutile, ripeto, pensare di coltivare ognuno il proprio orticello, bisogna fare network per poter convogliare i fondi sulle aziende giuste e validate, e non su microimprese il cui modello di business potrebbe presto rivelarsi finanziariamente poco sostenibile".