"Licenziamenti collettivi legittimi", la Consulta blinda il Jobs Act di Renzi

Nei mesi scorsi la Cgil aveva riacceso la battaglia, sollecitando un nuovo referendum Italia viva esulta: "Il sindacato e certa sinistra si erano opposti, hanno solo rallentato il Paese"

Roma, 23 gennaio 2024 – La Corte costituzionale promuove di nuovo il Jobs Act. E questa volta la sentenza della Consulta appare destinata a chiudere la controversa vicenda sulla legittimità costituzionale delle norme sui licenziamenti introdotte nella riforma del governo Renzi per superare l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori anche nel caso di licenziamenti collettivi.

Una manifestazione contro il Jobs Act
Una manifestazione contro il Jobs Act

Ma, come era prevedibile tenendo conto della delicatezza della materia oggetto di scontri durissimi negli ultimi decenni e anche nei mesi scorsi, il verdetto dei giudici ha determinato l’immediata reazione dei vertici di Italia Viva. "Il Jobs Act a detta della Cgil e di certa sinistra doveva produrre danni al Paese ed essere illegittimo, invece – sottolinea il capogruppo di Italia Viva alla Camera Davide Faraone – ha dato una spinta eccezionale all’occupazione e oggi la Corte lo ha dichiarato legittimo. Gli oppositori alla fine hanno solo rallentato il Paese".

Sul Jobs Act, la dirigenza della Cgil nel 2016 aveva raccolto le firme per presentare un referendum abrogativo proponendo tre quesiti, che in parte vennero bocciati dalla Consulta e in parte superati da modifiche legislative.

Nei mesi scorsi il leader della confederazione di corso d’Italia ha riaperto la partita, sollecitando una nuova iniziativa referendaria. E la stessa segretaria del Pd, Elly Schlein, ha più volte annunciato battaglia sulla riforma Renzi.

Il fulcro dello scontro ha riguardato sempre l’articolo 18 dello Statuto, con la possibilità di reintegrazione nel posto di lavoro in caso di licenziamento illegittimo: una possibilità che il Jobs Act ha eliminato, sostituendola con il risarcimento economico.

Con la sentenza di ieri, però, la Consulta ha dichiarato non fondati i dubbi sulla norma che ha introdotto il contratto di lavoro a tempo indeterminato a tutele crescenti, a seconda della data di assunzione, con momento spartiacque dal 2015.

La legge di delega aveva, infatti, escluso, per i licenziamenti legati a motivi di crisi economica di lavoratori assunti con contratti a tutele crescenti (quindi a partire dal 7 marzo 2015), la possibilità della reintegrazione nel posto di lavoro, e aveva previsto solo un indennizzo economico, limitando il diritto alla reintegrazione ai licenziamenti nulli e discriminatori e a specifiche fattispecie di licenziamento disciplinare ingiustificato.

La Consulta, adesso, ha ritenuto che il riferimento contenuto nella legge di delega ai "licenziamenti economici" riguardasse sia quelli individuali per giustificato motivo oggettivo sia quelli collettivi. Ha quindi escluso che, sotto questo profilo, ci sia stata – come sosteneva invece la Corte d’appello di Napoli – la violazione dei criteri direttivi della legge di delega. La Corte Costituzionale ha ritenuto non fondata anche l’ipotesi di violazione del principio di eguaglianza tra lavoratori "anziani" (quelli assunti fino al 7 marzo 2015), che conservano la più favorevole disciplina precedente e i lavoratori "giovani" (quelli assunti dopo tale data), ai quali si applica il Jobs Act. Questo perché il riferimento temporale alla data di assunzione consente di differenziare le situazioni: la nuova disciplina dei licenziamenti è orientata a incentivare l’occupazione e a superare il precariato ed è pertanto prevista solo per i "giovani" lavoratori. Il legislatore non era tenuto, sul piano costituzionale, a rendere applicabile questa nuova disciplina anche a chi era già in servizio.

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