Domenica 14 Aprile 2024

Fuga da piazza Affari: perché le aziende lasciano la Borsa? Il ruolo del Ddl Capitali

Negli ultimi due anni 46 società sono uscite dai listini dalla Borsa con una perdita di capitalizzazione di 54 miliardi. L’ultimo caso Tod’s

Perché le aziende lasciano la Borsa

Perché le aziende lasciano la Borsa

Roma, 14 febbraio 2024 – Fuga da Piazza Affari. L'annuncio dell'addio ai listini di due importanti aziende italiane come Tod's e Saras, giunto nella stessa settimana in cui è arrivata l'approvazione del Ddl Capitali, è solo l'ultimo di un lungo elenco di società che hanno abbandonato il listino italiano negli scorsi anni. Nel 2023 – secondo le stime di Piazza Affari – ci sono stati 24 delisting (con una capitalizzazione persa complessivamente di oltre 11 miliardi di euro) mentre nel 2022 si erano registrate 22 uscite (capitalizzazione persa di oltre 43 miliardi di euro). Numeri sui quali pesano le uscite delle holding delle famiglie Agnelli e Benetton, Autogrill e Exor e Atlantia, oltre al delisting di Cnh Industrial.

Perché le aziende lasciano la Borsa
Perché le aziende lasciano la Borsa

Le motivazioni

Mentre la famiglia Moratti ha deciso di uscire da Saras vendendo la sua quota di controllo al trader internazionale di materie prime Vitol, con un accordo per la cessione del 35% che valuta l'intero gruppo di raffinazione 1,7 miliardi di euro, il fondo L Catterton lancerà invece un'Opa amichevole – con la famiglia Della Valle che aderirà all'offerta, mantenendo il controllo con il 54%, – sul 36% di Tod's a 43 euro per azione, valutando la società poco più di 1,4 miliardi di euro. Alla base motivazioni diverse. Tod's ha spiegato che il delisting "è un presupposto per assicurare il perseguimento dei programmi futuri di crescita e il rafforzamento" della società, perché consentirà una "maggiore flessibilità gestionale e organizzativa, con tempi di decisione e di esecuzione più rapidi, oltre a una riduzione dei costi". Mentre l'ad di Saras, Massimo Moratti ha che "dopo 62 anni dalla sua fondazione avvenuta ad opera di mio padre, con i miei nipoti Angelo e Gabriele ed i miei figli Angelomario e Giovanni, ho ritenuto che la miglior garanzia per il futuro successo della raffineria di Sarroch fosse l'aggregazione con un primario operatore industriale del settore energetico globale, quale è Vitol, dotato di risorse relazionali, finanziarie e manageriali necessarie per competere nell'attuale contesto di mercato internazionale".

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Ddl Capitali: l'articolo della discordia

Le ragioni economiche e strategiche che spingono la aziende a quotarsi meno e ritornare con più facilità in mano privata sono tante e variegate al punto da rappresentare una tendenza consolidata non solo nel mercato italiano. Resta il fatto che l'addio dei due marchi di Moratti e Della Valle, giunto proprio mentre il governo si apprestava a varare un decreto che ha l'obiettivo di offrire misure in grado di "trattenere" le grandi aziende e magari di riportare in Italia i colossi del mercato italiano che negli ultimi anni hanno preso la via di Amsterdam, ha il sapore della beffa.

Lo stesso Ddl capitali è stato oggetto di critiche e di numerosi emendamenti durante la discussione in parlamento, in particolare per l'articolo 12 del testo. La norma consente, in sostanza, allo statuto societario di prevedere che il cda uscente possa presentare una lista di candidati per l'elezione dei componenti del medesimo organo di amministrazione. Con la nuova legge, dunque, il board uscente presenta all’assemblea dei soci l’elenco dei consiglieri da eleggere, solo dopo aver ottenuto il via libera dei due terzi del consiglio di amministrazione uscente. Una volta approvata, la lista – che si comporrà di un numero di candidati pari quello dei componenti del board maggiorato di un terzo –, viene poi sottoposta a una seconda votazione individuale su ognuno dei consiglieri. Le liste di minoranza che abbiano ottenuto più del 20% avranno un numero di consiglieri assegnato con criterio proporzionale. Per la premier Giorgia Meloni, la norma sulla lista del cda "serve ad avvicinare gli investimenti e rafforzare il peso degli azionisti" ma non sono dello stesso avviso Assogestioni e molti rappresentanti della finanza italiana oltre al Financial Times che non ha lesinato aspre critiche alla norma che rappresenterebbe un unicum a livello mondiale.

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