Sessant’anni fa il Vajont: "Qui Pirago, una sola casa". L’inviato Bocca racconta l’unica famiglia superstite

"Quando hanno sentito il tuono dell’acqua, hanno capito subito che cosa stava accadendo". La tragedia in un pezzo uscito sul Giorno. Oggi la commemorazione con Mattarella

Il 9 ottobre 1963, alle 22.39, una frana di roccia di due chilometri quadrati e 260 milioni di metri cubi si staccò dal Monte Toc, dietro la diga del Vajont, tra Friuli e Veneto e provocò 1910 i morti. Di seguito, l’articolo che Giorgio Bocca, allora inviato del Giorno, scrisse il 14 ottobre 1963. Oggi è prevista la cerimonia con il presidente Mattarella.

Il 9 ottobre 1963 il disastro del Vajont che provocò 1910 morti
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Una sola casa, una sola famiglia: adesso il villaggio sono loro, i Pilon, non ne restano altri di Pirago. Umberto Pilon, il vecchio, in ospedale; Luigi Pilon, il giovane, in questa locanda sulla strada per Feltre, con le donne e i bambini. Essere vivi per caso, ricordare la catena di casualità per cui si è vivi, rendersi conto di come fosse fragile. E godendo il privilegio capirne la tristezza: "La casa la chiuderemo — dice Luigi Pilon. —Si può vivere in mezzo a un cimitero?".

La storia dei Pilon è fatta di tante storie, tante quanto sono i superstiti. Il vecchio, ammalato di cuore, il più stanco, il meno valido, che salva la famiglia: un bambino di 18 mesi in una culla già piena d’acqua; una donna incinta di otto mesi; una vecchia calma e coraggiosa. Questi, che erano in casa, e poi la storia particolare di Luigi: un uomo che scarta tutto il mazzo delle probabilità fino all’ultima carta, quella del privilegio miracoloso.

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Dunque, la sera della tragedia Luigi Pilon è a Monaco di Baviera. Sua moglie è tornata in Italia, sta nella casa di Pirago, la bella casa con le coppie di pilastri, nel punto più alto del villaggio. I Pilon vogliono che il bimbo nasca in Italia, fra pochi giorni Luigi chiuderà la gelateria e raggiungerà i suoi nell’alta valle del Piave. La mattina di giovedì Luigi è svegliato da una telefonata, poco dopo le otto. È un conoscente tedesco. "Signor Pilon sbaglio o lei è di un paese che si chiama Longarone?". "Sì — dice Luigi —, una frazione di Longarone". E c’è una diga vicino a Longarone?". "Sì". L’ informatore meticoloso esita. "Cos’è successo?" — chiede Luigi.

Disperati

 "Signor Pilon" — fa l’altro "parta subito per l’Italia". Luigi si veste, corre al consolato. Gli dicono che la diga è caduta e che ci saranno trecento morti tra Longarone e Pirago. Luigi va a prendere il cognato Benito Munarini, si danno il cambio alla guida dell’automobile, due multe per eccesso di velocità, ma non importa. Luigi pensa ai suoi e prega Sant’Antonio, il santo che fa trovare le cose perse. Sono a Dobbiaco a mezzogiorno. Luigi riconosce uno di Longarone fermo con la sua automobile a un distributore di benzina. È venuto a prendere un parente, lo informa che a Longarone sono rimaste in piedi una decina di case. "E a Pirago?". "Una, mi pare — risponde quel tale —, sì mi pare proprio una, la più grande".

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Una su cento

C’è da impazzire. Sì la casa è grande, era la più grande e la più bella, la casa nel paese dopo sette anni di lavoro in Germania, ma chi può sperarci? Luigi corre a Longarone, non guarda i superstiti, non guarda la valle, non guarda i soldati, ma quella casa. C’è una casa, lassù, sul pendio, ma non può essere, da Longarone non si vedeva, c’era il bosco davanti. Qualche attimo per capire che tutto è diverso, spariti i vecchi punti di riferimento, spazzati via gli alberi, le case. Meno quella. Uno di Longarone gli grida che il padre è salvo

Quella notte stavano guardando la televisione quando si è sentito il rombo e la ventata. Hanno capito subito. Il vecchio ha aiutato la moglie di Luigi a salire al secondo piano. Quando è ridisceso, l’onda era già penetrata nella casa, la culla del nipotino quasi sommersa. Il vecchio ha preso il bimbo e la sua donna, non ha gridato, non ha invocato: anche se debole è riuscito a raggiungere le scale, salire di qualche gradino, prima che piombasse l’onda di ritorno che si è portata via muri, saracinesche, la macchina, i mobili. Ecco la storia dei Pilon, diversa dalle altre solo perchè la serie delle casualità tragiche si è fermata al primo piano della loro casa. Un uomo biondo sui 30 anni che fa il gelataio a Monaco di Baviera; un uomo con i capelli grigi sui 60 anni che sta in ospedale e che ha il cuore ammalato; le donne, il nipotino nato, quello che deve nascere, tutto ciò che resta di Pirago, dopo secoli di fatiche, di tradizioni e di memorie. "La casa voglio ripararla — dice Luigi — ma chi ci potrà abitare". Luigi ha ragione: una casa sola, quando viene il buio, nella terra dei morti.