Lunedì 22 Luglio 2024
ALESSANDRO BELARDETTI
Cronaca

Sul tetto del mondo. Cuore e mente italiani nel grande parco del K2: "Era il sogno di Desio"

È la più grande area protetta dell’Asia: 18mila chilometri quadrati. Maurizio Gallo ha guidato la commissione che ha scritto le regole:. "Trovati compromessi delicatissimi tra ecologia e comunità locali".

Maurizio Gallo, 71 anni, guida alpina che conosce a fondo il K2

Maurizio Gallo, 71 anni, guida alpina che conosce a fondo il K2

Roma, 4 dicembre 2023 – C’è anche lo zampino italiano nei piani di gestione della più grande area protetta dell’Asia. L’ingegnere e alpinista padovano Maurizio Gallo, 71 anni, ha guidato la commissione che ha scritto le regole dell’area attorno al K2, il Parco nazionale del Karakorum, quello del Deosai e il corridoio ecologico che li unisce. L’ok del governo del Gilgit-Baltistan, unito alla collaborazione tra esecutivi italiano e pachistano (i progetti sono stati finanziati da Aics con la collaborazione di EvK2Cnr, associazione fondata da Ardito Desio) su una superficie di 18mila chilometri quadrati – per salvare tra gli altri l’orso himalayano, il leopardo delle nevi e alcune delle più importanti erbe medicinali – riempie d’orgoglio Gallo, ex docente di Pianificazione territoriale.

Prof Gallo, qual è il cuore del progetto in Pakistan?

"Siamo riusciti a realizzare un piano in una situazione complessa come quella del Pakistan. Si tratta della più grande area protetta asiatica. È stato un successo enorme, basato su capacità tecniche e scientifiche. Un grande parco attorno al K2 era il sogno di Ardito Desio".

Cosa immaginava il grande scalatore?

"Ho conosciuto Desio negli ultimi anni di vita, in Pakistan: chiacchierava sempre, era molto affascinante perché aveva sempre storie interessanti. Una volta ci disse ‘conosco le autorità cinesi, sarebbe bello creare un Parco attorno al K2 inglobando anche il lato nord, estendendoci nella parte cinese’. Ne aveva già parlato col governo di Pechino".

Cosa rappresenta l’Italia in Pakistan?

"La bandiera italiana in ogni manifestazione è presente. In quella regione ci tengono molto a noi. Siamo coloro che hanno scalato il K2, abbiamo effettuato le spedizioni cartografiche. Nei laboratori delle università pachistane analizzano l’acqua con strumenti italiani. Hanno un museo del K2 ideato da noi con migliaia di visitatori all’anno".

Quale è stato il momento più difficile nella realizzazione del ’plan managment’?

"Trovare un compromesso tra le regole ecologiche e le necessità delle comunità locali: abbiamo raggiunto un compromesso molto delicato. Nei villaggi del Parco la gente sfrutta le risorse per vivere: dalla legna agli animali selvatici. La popolazione vive praticamente sottoterra per 5 mesi all’anno, accumulando legna sul tetto della casa, usandola per scaldarsi dentro. Questo disboscamento stava mettendo a rischio i ginepri: noi abbiamo paventato il divieto di tagliare alberi. Ma dopo le proteste, abbiamo trovato due alternative risolutive: piantare migliaia di pioppi e adottare stufe più efficienti nelle abitazioni. Il risparmio di legna è stato del 50%".

E per gli animali a rischio estinzione cosa avete escogitato?

"Quei popoli vivono di caccia, ma ci sono specie rarissime. Il divieto assoluto di caccia non è stato accettato, così abbiamo dovuto introdurre il cosiddetto ’trophy hunting’. A ogni valle viene assegnato un tot di capi di bestiame da uccidere per i turisti, che pagano una cifra considerevole per portare a casa il trofeo. Quei soldi, però, arrivano alle comunità locali. Infine, abbiamo pensato alla vaccinazione degli animali da fattoria, in modo tale da proteggere la fauna selvatica dal contagio. Dopo il nostro intervento la fauna a rischio è cresciuta del 15%".

Come avete modificato il flusso degli introiti provenienti dai turisti e dagli alpinisti?

"Anni fa in Pakistan era vietato a chiunque l’ingresso in un Parco naturale. Dal 2016 abbiamo messo una tassa di 50 dollari, il 20% andava alle comunità locali e l’80% per la pulizia dell’area. Nel 2021, però, abbiamo aumentato la tariffa d’ingresso a 200 dollari – che non passano più da Islamabad, ma vanno direttamente nei conti locali – perché i costi di mantenimento del territorio erano troppo alti a causa dei rifiuti degli scalatori".

Tra i resti in quota cosa ha mai trovato?

"Il rinvenimento più divertente furono le bombole di ossigeno della spedizione di Desio del 1954. Poi pezzi di corpi umani, braccia, ossa con gli scarponi attaccati: si conservano bene sotto il ghiacciaio. Sul K2 sono morti diversi miei amici, quando mi muovo sui ghiacciai provo a vedere se distinguo giacche, vestiti, scarpe loro. Ogni tanto mi è sembrato di scorgerli, ma la certezza non ce l’ho. C’è chi va matto per queste attività, io no".

Il sovraffollamento delle vette mette tutto ciò a rischio?

"Dopo l’Everest tutti gli 8mila sono presi d’assalto. In più c’è un boom di turismo locale, ogni anno vengono nel Parco un milione di ’nuovi’ pachistani. La promozione ha funzionato, ma questo è un problema da affrontare. Così è tutto insostenibile".

Allora che fare?

"Limitare gli accessi sugli 8mila, soprattutto sulle vie normali. Ogni anno ci sono 150-200 persone, la tollerabilità è a 80".

Ora avrà anche il compito di censire i ghiacciai pachistani.

"Si tratta del Terzo Polo dell’acqua nel mondo, ci sono 13mila ghiacciai, prima ne avevamo trovati 7mila. Aver iniziato un progetto italiano anche lì è una grande soddisfazione. La vera scoperta è quella che questi ghiacciai non diminuiscono come nel resto del mondo, probabilmente perché il territorio è chiuso da giganti di 8mila metri che aumentano le perturbazioni nevose. In più, le strutture delle cime rocciose sono friabili e vanno a coprire ghiacciai formando uno strato che riduce lo scioglimento".

Lei è stato una ’cavia’ per studi sull’invecchiamento in quota, cosa si è scoperto?

"Il corpo deperisce molto più in fretta dove c’è meno ossigeno: le cellule cerebrali muoiono velocemente. Sono andato sulla cyclette a 7mila metri. Mi lasciarono due settimane là, quando tornai a casa non ricordavo quasi niente del mio passato, avevo vuoti di memoria notevoli. Mia madre era preoccupata. Poi, eravamo in una spedizione complicata e uno di noi rimase indietro, restando solo in tenda a 7.400 metri per tre giorni. Quando siamo andati a recuperarlo con gli sherpa – lui, uno scalatore preparato e forte –, il suo volto era più vecchio di 10 anni".