Massimo

Donelli

Oleysa Rostova, 20 anni, russa, rapita dagli zingari quando ne aveva cinque, costretta a chiedere l’elemosina e poi cresciuta in orfanotrofio, non è Denise Pipitone, la bimba nata il 26 ottobre 2000 e rapita l’1 settembre 2004 a Mazara del Vallo (Trapani).

Cala così il sipario sul reality show che da martedì 30 marzo e fino a ieri è andato in onda sulla tv russa e sulla tv italiana mischiando cinicamente tre ingredienti capaci di scatenare la curiosità della pubblica opinione.

Anzitutto, il buco della serratura. Un’attrazione irresistibile oggi facilitata dal teleschermo: seduto comodamente sul divano, osservi – non visto – la vita degli altri, che si svolga in una casa, su un’isola o sia raccontata da un programma intinto nella cronaca nera. Poi lo storytelling. Ovvero il gusto, insopprimibile, per le storie. Si comincia da bimbi, con le fiabe, si prosegue con i romanzi, i film, le serie TV e…

i pettegolezzi fra amici.

Sempre ricordando che la Bibbia, il Vangelo e l’Odissea, i capisaldi della cultura occidentale, sono libri, appunto, di storie.

Infine, l’agnizione. Cioè un classico del feuilleton ottocentesco e, prima ancora, della tragedia greca: il protagonista che scopre la sua vera identità. L’agnizione, però, stavolta non c’è stata. E, quindi, manca il lieto fine. Abbondano, invece, i sospetti e le domande. Una su tutte le altre: chi si è inventato questo macabro telegioco?