Martedì 16 Aprile 2024

Caso Cella, la telefonata di 28 anni fa: ecco cosa diceva la donna misteriosa

Rimasta senza nome, ha raccontato di aver visto Annalucia Cecere. L’identikit diffuso via social per arrivare a identificarla

Silvana Smaniotto, 81 anni, la mamma di Nada Cella

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Chiavari (Genova), 19 febbraio 2024 - Una telefonata che arriva da lontano, nel caso Nada Cella. Esattamente dal 9 agosto 1996. Sono trascorsi tre mesi e tre giorni dall’omicidio della segretaria 25enne di Chiavari (Genova). 

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Una donna, rimasta anonima, chiama Marisa Bacchioni, la mamma del commercialista Marco Soracco. Proprio in quello studio, dove lavorava, Nada rimarrà vittima di una furia cieca, che ancora oggi resta senza un nome. Il 1 marzo si capirà se questo giallo sarà archiviato per sempre o si arriverà al processo per Annalucia Cecere, che si professa innocente.

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La telefonata del 9 agosto 1996

La donna telefona alla signora Bacchioni e racconta: “Venivo giù in macchina, ha capito?”. L’interlocutrice risponde di sì. “L’ho vista che era sporca, ha infilato tutto nel motorino, l’ho salutata, non mi ha guardato. E infatti ci dico la verità, 15 giorni fa l’ho incontrata in carruggio, andava alla posta, non mi ha nemmeno guardato”.

Detto con un tono di voce enfatico, come di chi voglia sottolineare la meraviglia di questo comportamento. Cercare di dare un nome a quella donna dopo 28 anni è davvero un’impresa. Anche se, come ha spiegato la criminologa Antonella Delfino Pesce - che con il suo lavoro, con l’avvocato Sabrina Franzone ha fatto riaprire il caso - tutto dipenderà dalle segnalazioni.

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L’identikit della donna al telefono

Delfino Pesce nell’appello lanciato via social definisce un identikit. Si sta cercando “una donna non giovane nel 1996, che abitava a Carasco, che aveva la patente e si muoveva da Carasco a Chiavari con la propria auto, che era impiegata nei dintorni di piazza San Giacomo”. In conclusione chiede a tutti “un grande immenso sforzo di memoria. Ognuno di noi non vorrebbe mai trovarsi solo ad affrontare certi dolori: è questo il cardine, forse, della nostra umanità”.