Le Ong e i barconi dei migranti: così fanno la spola con l’Africa

Intercettano chi parte illegalmente. Ma la normativa imporrebbe di soccorrere solo naufraghi

Soccorrere il maggior numero possibile di migranti sfruttando la legge del mare che obbliga a salvare i naufraghi. E precisamente giocando su questo, qualificando i migranti non come tali ma come naufraghi, le Ong si infilano nelle contraddizioni della normativa e in assenza dell’Europa incrociano con le loro navi ad alcune decine di miglia dalle coste libiche, davanti alle quali intercettano barconi e gommoni partiti dal Nordafrica, portando in salvo in Italia tutti i migranti che trovano in mare.

I migranti della nave Rise Above (Ansa)
I migranti della nave Rise Above (Ansa)

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Tra le Ong che ancora operano nel Mediterraneo centrale ci sono l’europea Sos Mediterranee, la tedesca SOS Humanity (nata nel gennaio 2022 dal distaccamento della costola tedesca SOS Mediterranee), l’europea Medici Senza Frontiere (MSF) e la tedesca Rise Above/Mission Lifeline. Operano su navi battenti bandiera tedesca e norvegese. Tutte sono Ong ’no profit’ che si finanziano con i contributi dei soci e di cittadini, aziende e fondazioni. E alcune ricevono anche fondi europei. Loro rivendicano con orgoglio il sostegno dal basso. "Con l’Aquarius e poi con la Ocean Viking, Sos Mediterranee ha portato al sicuro più di 31.000 uomini donne e bambini in pericolo nel Mediterraneo grazie al sostegno di migliaia di cittadini europei".

La qualifica di naufraghi è il nocciolo della questione. "A bordo delle navi giunte a Catania – sostiene il marittimista Giuseppe Loffreda, fondatore nel 2021 di Legal4Transport, network di professionisti esperti in diritto della navigazione – non ci sono naufraghi, ma migranti. Tanto più che la nave in questione è attrezzata ed equipaggiata proprio per ospitarli e provvedere a tutte le loro esigenze di accoglienza. Nel caso di specie, poi, i migranti sono saliti a bordo in acque internazionali trasbordando da altre unità navali di collegamento, dette feeder, e quindi poco si addice, a loro, giuridicamente la qualifica di ‘naufrago’". "Nulla escluderebbe ai fini della richiesta di asilo – prosegue Loffreda – di applicare a bordo delle navi Ong il Regolamento di Dublino, ed in particolare l’Art. 13, che attribuisce la competenza ad esaminare la domanda di protezione internazionale allo Stato membro la cui frontiera è stata varcata dal richiedente. E la frontiera è – rimarca il giurista – nel caso di navi, rappresentata dal bordo della nave stessa".

La procura di Trapani andò oltre e arrivò a ipotizzare una connivenza di alcune Ong con i trafficanti: sarebbero intervenute dopo che il trafficante comunicava la partenza. In realtà su 20 casi, sui quali hanno indagato ben tre procure, solo in uno si è arrivati a processo, apertosi a maggio a Trapani: riguarda quattro attivisti della ong tedesca Jugend Rettet, che fra il 2016 e il 2017 soccorse circa 14mila persone nel Mediterraneo. L’inchiesta coinvolge anche Medici Senza Frontiere (MSF) e Save the Children, e contiene accuse molto dure su una potenziale collusione con i trafficanti di esseri umani in Libia. La tesi della procura è che alcune navi delle Ong nel tempo hanno operato come consapevoli “taxi del mare“ nel soccorso dei migranti. Ma l’accusa andrà provata e le molte archiviazioni, anche di parte dell’inchiesta Jugend Rettet rendono l’esito incerto.

Molto dibattuto il "fattore attrazione" della presenza delle navi delle Ong, ipotizzato dalle procure siciliane. "Negli ultimi due anni – osservava in un rapporto del luglio 2021 Mattia Villa, ricercatore del programma migrazioni dell’Ispi – il ruolo delle Ong ha continuato a rimanere molto marginale, inferiore al 15% del totale degli sbarchi. Significa che quasi 9 migranti su 10 raggiungono le coste italiane senza l’aiuto delle imbarcazioni delle Ong e che, quindi, anche senza Ong in mare queste persone sarebbero arrivate lo stesso in Italia.