Venerdì 19 Luglio 2024
AGNESE PINI
Cronaca

Storia di Clara, la vita che resiste all’orrore

Il “romanzo civile” della direttrice Agnese Pini: la strage nazifascista di San Terenzo Monti e il ricordo dell’unica sopravvissuta, una bambina di 7 anni

Un reparto di SS

Un reparto di SS

Esce oggi in libreria “Un autunno d’agosto”, di Agnese Pini, edito da Chiarelettere. È “una storia d’amore mentre la guerra torna a far paura”, legata alla vicenda familiare dell’autrice: racconta la strage nazifascista dell’agosto 1944 a San Terenzo Monti, un paese di poche centinaia di abitanti sulle Alpi Apuane. Furono uccise senza pietà 159 persone, in prevalenza donne e bambini. Pubblichiamo un estratto del primo capitolo.

Devo partire da Clara. Tra tutte le storie che raccontano quella storia, è l’immagine di Clara la prima che torna alla memoria.

Quando gli adulti ne parlavano, abbassavano la voce in segno di rispetto, o di pudore. Così la voce diventava un sussurro. C’era questa bambina, dicevano, si chiamava Clara. Ogni volta la sua storia sembrava raccontata per la prima volta, sempre con lo stesso stupore. Clara sopravvissuta, l’unica sopravvissuta. Dicevano: le hanno sparato alle gambe, l’hanno graziata, forse quel tedesco che doveva finirla non ce l’ha fatta. Un gesto di umanità. C’è sempre la pretesa di un gesto di umanità anche lì dove l’umanità si è interrotta. Persa, cancellata. Non il caso, quindi, ma l’umanità.

Così Clara viveva nella mia immaginazione e nei miei incubi. La guerra era Clara, ed era il passo marziale dei soldati. Ecco il mio incubo più ricorrente, da bambina: il passo marziale dei soldati tornava nelle mie notti a rivelare ogni angoscia infantile. Clara invece era l’umanità, era la speranza.

E dunque c’era questa bambina, si chiamava Clara Cecchini, aveva sette anni. Era la figlia dei mezzadri della fattoria. Quando la mitraglia iniziò il suo lavoro, lei cadde a terra, colpita dai proiettili a un piede, a un braccio, allo sterno. Dicevano, gli adulti: è rimasta sempre un poco zoppa. Quando i soldati passarono in rassegna i corpi per scovarne qualcuno ancora vivo e sparargli alla tempia, curvi a controllare che nessun gemito si levasse sempre più flebile dal campo ormai rosso di sangue, a Clara non spararono. Dicevano, gli adulti: rimase sotto i corpi di sua madre, di suo padre, dei suoi fratelli. Ci rimase per un intero pomeriggio, come se fosse morta, ma era ancora viva.

La copertina del libro di Agnese Pini 'Un autunno d'agosto'
La copertina del libro di Agnese Pini 'Un autunno d'agosto'

Aprì gli occhi perché il peso di quei corpi, o di quel che ne restava, le aveva quasi tolto il respiro, e perché aveva sete e aveva fame, le mosche le avevano coperto le palpebre, le narici e gli angoli della bocca. Il sangue degli altri insieme al suo le si era rappreso sui vestiti e sulla pelle, ma Clara non vedeva e non capiva. Riuscì a sollevarsi aiutandosi coi gomiti, un corpo fra tutti quei corpi, suo padre le stava sopra per intero lasciandole fuori solo la testa. Si trascinò lentamente fino al pergolato di vite, passando sopra i pezzi dei cadaveri e nel sangue che la terra dura di agosto non riusciva ad assorbire. Troppo sangue, troppi morti. Vide il profilo del corpo di suo padre distrutto dai proiettili. Dal pergolato pendevano grappoli violacei d’uva non ancora del tutto matura. Ne mangiò un po’ ma la sete non passava, allora entrò nella sua casa.

La porta d’ingresso era aperta. In cucina c’era un altro cadavere: un uomo bocconi con la testa quasi staccata dal corpo. L’acqua era sul tavolo, ma per arrivarci Clara doveva scavalcare quel corpo. Ci riuscì non senza fatica, perché l’uomo era robusto e le gambe erano rimaste leggermente aperte. Raggiunse il tavolo, prese la bottiglia, ci attaccò le labbra. L’acqua era fresca.

Clara sentì un rumore di voci da sotto la fattoria che si affacciava su un bosco scuro di acacie e castagni, con un sentiero che portava fino al vecchio mulino. Erano le voci dei soldati, pensò, ed ebbe di nuovo paura di morire. Così tornò al campo, perché non sapeva dove altro andare, e perché se una possibilità aveva di restare viva era tornando a fingere di essere una morta tra i morti. C’erano tutti quei cadaveri ma era come se lei non li vedesse, e il dolore che sentiva – al piede, al braccio, al petto – era così fermo da non provocarle alcuna angoscia. Si guardava da fuori, e guardava da fuori anche il suo dolore. Si accoccolò quieta vicino a quei corpi: alla mamma, al babbo, alla sorellina e al fratellino, ai nonni, agli zii, ai cugini e a tutti gli altri – tantissimi, troppi – sotto il pergolato. Il sole d’agosto calava e il ronzio perpetuo delle mosche si faceva più sottile nell’aria della sera. Accucciata, le gambe strette al petto, gli occhi chiusi, Clara rimase immobile. Non piangeva. La fattoria era silenziosa, la luna già alta e tutto era finito, ormai. Mentre la notte scendeva dietro le colline, Clara doveva soltanto aspettare.