Il figlio morì investito: "Città 30 è una norma giusta. Tutte le vite vanno difese. Le polemiche? Svaniranno"

Luca Valdiserri ha perso Francesco, 18 anni, nel 2022: come con il casco, la gente si abituerà. "Fondamentale educare i giovani. Ai 30 orari, nove volte su dieci un incidente non è fatale"

Roma, 17 gennaio 2024 – "Bologna in Italia è sempre stata una città di riferimento. La scelta di abbassare il limite di velocità a 30 km/h conferma lo spiccato gusto per la solidarietà, l’uguaglianza, il progresso. Perché tutte le vite vanno difese – tutte – soprattutto in strada, dove i pedoni rischiano di più".

Luca Valdiserri, 60 anni, giornalista del Corriere della Sera, applaude la svolta di Bologna. Da quando, nella notte tra il 19 e il 20 ottobre 2022, suo figlio Francesco è morto a 18 anni su un marciapiede di Roma, investito lungo la Cristoforo Colombo da un’auto che procedeva oltre la velocità consentita – guidata da una giovane positiva all’alcoltest –, la sensibilizzazione dei ragazzi all’educazione stradale è la sua missione personale.

Luca Valdiserri: suo figlio morì investito nel 2022 a Roma
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Anche in questa Italia così distratta e indisciplinata si muove finalmente qualcosa?

"Bologna indica la via. Cambiare si può, cambiare si deve".

Ma in città già aleggia un’ipotesi referendaria caldeggiata da FdI e dal centrodestra, lo stesso che governa l’Italia.

"Basterebbe stare ai fatti. Se il limite di velocità cittadino è 30 km/h, qualsiasi incidente avvenga – e per qualsiasi ragione – nove volte su dieci non ha esiti mortali. È questa la posta in gioco. Già a 60-70 km/h cambia tutto. Quasi 1.400 vittime stradali all’anno sono davvero troppe".

Ottimista o pessimista?

"La storia ci dice che gli italiani inizialmente protestano ma poi si adeguano. È successo con il divieto di fumo, con le isole pedonali, con l’obbligo di casco in moto. Confido che l’esempio di Bologna diventi la regola. Un nuovo paradigma".

Chi in strada lavora teme contraccolpi, ritardi e aggravi di costi.

"Il tema esiste, ma da qualche parte bisogna pur cominciare. E in attesa che si realizzi il mix virtuoso di circolazione depotenziata, viabilità ripensata, più assistenza elettronica alla guida e più offerta di trasporto pubblico e di ciclabili sicure, limitare la velocità di guida è l’unica assunzione di responsabilità individuale che assicura alla collettività risultati immediati e certi".

Esempi?

"La Spagna, molto più tempestiva nell’adottare il limite dei 30 km/h in città, oggi ci guarda dall’alto. Mentre l’Italia, che nel 2001 era sedicesima nelle graduatorie Ue di sicurezza stradale, è ancora ferma lì. Al contrario, in dieci anni, la Lituania ha ridotto le vittime del 60%. Merito delle tre ’E’: Engineering (tecnologia), Enforcement (legislazione), Education (istruzione)".

Tutte le auto immatricolate da luglio avranno l’obbligo di Isa, il limitatore di velocità. Ci salverà la tecnologia?

"Il futuro è segnato. Se il 93% degli incidenti avviene per errore umano e se l’iperconnessione ci spinge a una continua modalità ufficio, allora le auto dovranno essere a guida autonoma. In attesa delle applicazioni di intelligenza artificiale oggi viviamo in un limbo pericoloso".

Quale?

"Lo vedo dai confronti che ho a scuola coi ragazzi. Sui rischi al volante per assunzione di alcol o droga nessuno si azzarda a replicare. Invece sull’uso dello smartphone mentre si guida la resistenza è davvero forte".

Meglio la premialità o la deterrenza?

"Sui ragazzi forme di premialità su esame per la patente e relativi punti possono essere più produttive. Ma la deterrenza va mantenuta. In un Paese dove chi abbatte autovelox passa per presunto Robin Hood bisogna restare concentrati sull’obiettivo internazionale ’Zero vittime’. La strada è questa".