"Farai la fine di Giulia". L’incubo in casa

La fine di Giulia Cecchettin: il corpo martoriato da più di venti coltellate sferrate dall’ex fidanzato, ritrovato vicino al lago di Barcis (Pordenone), a un centinaio di chilometri dal suo paese (Vigonovo, Venezia). Questa è la fine che ha fatto Giulia, ragazza di 22 anni, sogni d’illustratrice e certezze di una laurea con la tesi solo da discutere per farla diventare realtà. Tutto infranto, tutto spezzato.

Se Giulia, la donna numero 105 uccisa dall’inizio dell’anno, non è rimasta solo un numero nel bilancio tragico (e di sangue) di questo 2023 che non è ancora finito, è anche perché la sua storia e la sua fine hanno rappresentato uno spartiacque, un confine nella conta delle vittime e nella richiesta di fermare questa strage.

Le parole hanno un peso. La violenza verbale non è meno pericolosa. E mentre abbiamo ancora negli occhi le immagini delle manifestazioni che da Nord a Sud sabato scorso hanno riempito le piazze, in cui quel "mai più" è stato pronunciato in maniera corale e più forte del passato, viene evocata ancora la fine di Giulia. Anche in questo caso senza distinzioni geografiche. Ma non come si spererebbe per rinforzare il messaggio lanciato nelle piazze (e non solo), come una minaccia invece. In dinamiche pressoché identiche. Ad Aosta un 18enne ha detto alla sua ex: "Ti faccio fare la fine di Giulia". Ieri, a Priolo (Siracusa), un 64enne ha pronunciato la stessa minaccia. E in mezzo a Reggio Calabria un 38enne – una questione, purtroppo, intergenerazionale – ha detto alla compagna che "le avrebbe fatto fare la stessa fine di quella in tv".

Non sono solo minacce, purtroppo. Non si può parlare d’impeto d’ira. No, non si può proprio sentire. Di fronte alla fine di Giulia e a chi la evoca per minacciare, terrorizzare, brandendo le parole come un’arma, utilizzando una cultura mafiosa con la sopraffazione come fine ultimo, serve davvero e in fretta una rivoluzione culturale in questo Paese.