Diego Pagani
Diego Pagani
Roma, 19 aprile 2021 - La solitudine, il silenzio delle colline piacentine e 800 famiglie sulle spalle. Diego Pagani, 47 anni, ha scelto le api perché insegnano a vivere per sottrazione. Faceva lo sceneggiatore di fumetti e l’illustratore di libri per bambini: era troppo. Dal ’97 sta immerso in un lockdown che la pandemia non ha sfiorato. Si lascia pungere un paio di volte al giorno, è pur sempre l’intruso. Ma non cambierebbe questo lavoro anche se da 10 anni è tutto un precipitare: inquinamento, cambiamenti climatici. Fino alla recente gelata che ha compromesso la...

Roma, 19 aprile 2021 - La solitudine, il silenzio delle colline piacentine e 800 famiglie sulle spalle. Diego Pagani, 47 anni, ha scelto le api perché insegnano a vivere per sottrazione. Faceva lo sceneggiatore di fumetti e l’illustratore di libri per bambini: era troppo. Dal ’97 sta immerso in un lockdown che la pandemia non ha sfiorato. Si lascia pungere un paio di volte al giorno, è pur sempre l’intruso. Ma non cambierebbe questo lavoro anche se da 10 anni è tutto un precipitare: inquinamento, cambiamenti climatici. Fino alla recente gelata che ha compromesso la raccolta annuale del miele d’acacia.

Lei tuttavia ha la voce di un uomo felice.

"Perché sto alla larga dalle città e imparo qualcosa tutti i giorni. Le api hanno una società in cui lo scopo è comune, ogni individuo è importante e niente si spreca. Vivendoci accanto si resta condizionati, per me è stata una virata verso l’essenziale. Faccio a meno della televisione, accumulo solo i libri che amo, riciclo gli imballaggi. E a tempo perso continuo a fare l’illustratore, ma senza stress".

Come presidente di Conapi, la più grande cooperativa di apicoltori d’Italia, può confermare che la natura fa ciò che vuole e la categoria è sempre in allerta. Un mestiere pericoloso.

"Il filo del funambolo. Le api non si comandano e tutti gli errori si pagano, lo sanno bene i tanti che hanno cominciato per hobby e, per colpa della crisi, ne hanno fatto un lavoro.Bisogna avvicinarsi all’alveare con sapienza e rispetto. Sono creature buone e crudeli perché hanno uno scopo e, per difenderlo, sono disposte ad andare oltre il nostro universo morale. Come quando le figlie decidono di uccidere la madre regina che per indolenza mette a rischio la sopravvivenza della famiglia".

Lei osserva, non giudica. Però metaforizza.

"E sono frustrato in quanto oggetto indesiderato. L’apicoltore vuole essere accettato e non lo sarà mai. Le api non sono addomesticabili e ci buttano addosso le nostre responsabilità perchè rappresentano il sistema immunitario del pianeta".

Ottocento famiglie sono una bella preoccupazione.

"Da moltiplicare per 50mila individui e con un raggio d’azione pari a 4mila campi da calcio. Ogni ape è la cellula di un super organismo che ha la metà dei neuroni di un cervello umano. Al suo interno c’è addirittura un sistema per prendere decisioni in modo democratica".

Bella lezione di umiltà.

"Quando in primavera c’è la sciamatura, l’alveare si divide in due e a lasciare la casa sicura con metà della famiglia non è la giovane regina. Tocca alla vecchia partire per l’ignoto. Poi si dividono i compiti in base all’età: prima sono nutrici di larve, poi bottinatrici tra i fiori e infine, da anziane, guardiane".

Però la pungono. Ingrate.

"Non troverà mai un apicoltore serio che si lamenta di questo. Le api sono aggressive solo quando hanno qualcosa da difendere. Colpa mia se non tengo le mani a posto".