Khalifa Haftar ha calato il suo asso alla vigilia della Conferenza di Berlino. Con l’ordine di chiudere i porti attraverso i quali passa la produzione petrolifera dell’est e del centro della Libia ha voluto ricordare che è lui il vero uomo forte, il leader in grado, come ha detto l’inviato dell’Onu Ghassan Salamè, di "togliere il pane" ai suoi connazionali. Ormai controlla la maggior parte del territorio. La sua fetta è molto di più estesa di quella del rivale tripolino. Fayez al Sarraj ha ricevuto di recente il discutibile puntello dei miliziani mobilitati dalla Turchia, gli uomini dell’Esercito Nazionale Siriano, nelle cui fila militano anche i combattenti di Ahrar al Sharqiya, ex qaedisti di Jabhat al Nusra balzati sulle prime pagine per aver ucciso in ottobre la regina della diplomazia curda Hevrin Khalaf. I combattenti arrivati dalla Siria, circa 1000, sono stati schierati nella parte orientale di Tripoli. Secondo l’Osservatorio siriano per i Diritti Umani quattordici sono già stati passati per le armi dai soldati di Haftar. Dalla capitale della Libia arrivano segnali di stanchezza della popolazione per lo strapotere delle milizie che controllano la capitale. Riaffiora perfino qualche nostalgico di Gheddafi. Il colonnello negli anni del suo dominio fu sempre molto attento a barcamenarsi fra le varie tribù, le kabile, distribuendo a 360 gradi i proventi del petrolio. Esattamente come il re Idris che lo aveva preceduto. È del tutto improbabile che il generale Haftar, che fu a suo tempo capo delle forze armate di Gheddafi, riesca a sottrarsi all’influenza dei suoi sponsor russi. A Berlino non rovescerà il tavolo. Il tempo gioca a suo favore. E brucia sotto i piedi del presidente turco Recep Tayyip Erdoğan, i cui generali non nascondono le difficoltà dell’operazione libica. Un recente sondaggio di Metropoll ha rivelato che il 50 per cento dei suoi cittadini è contrario all’intervento a Tripoli. Per non affondare, il Sultano è costretto a puntare adesso tutte le sue fiches.