Il dramma dell’Ilva di queste ore rischia di essere la Caporetto del governo giallo-rosso. Non sappiamo come andrà a finire la tragedia più annunciata e più sottovalutata di questi mesi. Ma sappiamo che l’essere arrivati a questo punto è di per sé una sconfitta. Non solo politica, ma anche più immediatamente economica: quale investitore si fiderà più di un Paese con un governo che, con la superficiale disinvoltura di una mano di briscola al bar, cambia le regole del gioco a partita in corso?

Perché deve essere chiaro a tutti che la posta in gioco riguarda non solo il rilevantissimo destino dei lavoratori degli stabilimenti siderurgici e delle loro famiglie o le prospettive di un settore, quello dell’acciaio, strategico per lo sviluppo industriale del Paese e, dunque, per il Pil dell’intera Italia. No, la posta in gioco, a questo punto, tocca direttamente "anche" l’affidabilità del sistema istituzionale italiano, lungo l’asse Governo-Parlamento, per i gruppi imprenditoriali internazionali. E, sotto questo delicatissimo profilo, contano davvero poco i penosi scaricabarile in corso, le recriminazioni piagnone sui voti dati e rinnegati, i bizantinismi formalistici di certi avvocati, la comparsa/resurrezione all’improvviso di cordate morte. Anzi, semmai accentuano l’immagine di una classe politica senza bussola, che vive di improvvisazioni e piccole faide. Dentro l’affaire Ilva, insomma, come scrive Giuliano Pisapia, l’ex sindaco di Milano oggi eurodeputato, un politico non certo di opposizione che gode di una stima trasversale, c’è tutto il dilettantismo di una gestione improvvida di una vicenda più grande di chi ci ha messo (o non messo) le mani. Non deve stupire, allora, che si possa pensare che quello che è accaduto oggi per l’Ilva possa ripetersi per l’Alitalia.